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MARIO PERNIOLA - Autobiografia di Gianni Vattimo

Recensione a Gianni Vattimo & Piergiorgio Paterlini, Non Essere Dio. Un'autobiografia a quattro mani, Aliberti editore, Reggio Emilia, 2006.

Anche in questo volume Vattimo conferma il carattere ironico del suo porsi nei confronti del mondo: il libro ha infatti un significato diverso e perfino opposto a quello che sembra a prima vista. Non si tratta di un'opera autobiografica simile a "L'avvenire dura a lungo" di Althusser, ma di un'operazione politico-mediatica ingegnosa che segna la fine di un'epoca, quella che ha visto la trasformazione del filosofo da "maître à penser" (come sono stati ancora Sartre e Marcuse) in star secondo il modello di Hollywood. L'epoca dello star system filosofico, iniziata nel Sessantotto, è finita, perché l'esposizione mediatica genera non più ammirazione e carisma, ma odio, ostilità e discredito.
Vattimo, che è da dotato da un'eccezionale capacità di intuizione, se ne è reso conto e ricorre perciò a un dispositivo veramente geniale, quello del portavoce, vale a dire di qualcuno che parla al suo posto, nel caso specifico Piergiorgio Paterlini. Egli acquista così lo statuto simbolico sommo, che dovrebbe essere quello del papa, dell'imperatore del Giappone e della regina d'Inghilterra, se anche queste figure non fossero state contaminate dal populismo imperante: infatti si tratta di figure che in quanto investite di un autorità sacrale non dovrebbero avere una voce personale, la quale è sempre relativa e storicamente condizionata. Perciò il titolo è ironico nel senso che la negazione deve essere messa tra parentesi: "(non) Essere Dio". A rigore, a partire da questo momento Vattimo dovrebbe sottrarsi a ogni presenza mediatica, come hanno fatto lo scrittore Jerome Salinger o il miliardario-regista Howard Hughes e l'outsider napoletano-parigino Guy Debord: certo è che Dio non compare in televisione e non parla alla radio. Perfino i responsi dell'oracolo di Delfi erano pronunciati, non direttamente dalla Pizia, ma dai suoi portavoce. Questo mi sembra il problema dinanzi a cui si troverà Vattimo negli anni a venire: ogni suo intervento mediatico acquista il senso di una superfetazione prevaricante nei confronti del portavoce e contraddittoria rispetto allo statuto assunto.
Lasciando da parte questa questione paratestuale, che costituisce la vera novità del libro, e limitandosi a ciò che racconta il portavoce, colpisce l'oscillazione tra due tipi di sensibilità religiosa inconciliabili tra loro, quella cristiana e quella buddista. Da un lato la morte è presentata qualcosa d'inconcepibile e insopportabile come nel cristianesimo, dall'altro la virtù per eccellenza viene individuata nella compassione secondo un modo di sentire che appartiene al buddismo. Più che a Nietzsche, il portavoce sembra ispirarsi a Schopenhauer, che qui viene espressamente considerato come un ispiratore del "pensiero debole". Il commiato, in cui il portavoce parla a proprio nome, è intriso di sensibilità buddista. Manca invece la funzione consolatrice dell'arte, della musica e della letteratura, cui Schopenhauer non meno di Gadamer e di Pareyson, (indicati come i maestri di Vattimo), attribuivano un'importanza essenziale. Di Schopenhauer invece c'è l'acredine nei confronti degli avversari politici, una disposizione che mal si accorda con l'ironia filosofica, la quale, come dice Teofrasto, consiste nel non mostrare odio nei confronti dei nemici.
L'ironia è invece riservata ai concorrenti filosofici, specie a coloro che, come Massimo Cacciari e come lo stesso Vattimo, non si sono accontentati della condizione di "intellettuale inorganico" ("battitore libero", "rōnin" si direbbe in giapponese, "masterless samurai" in inglese) che i tempi hanno assegnato ai filosofi della seconda metà del Novecento, ma hanno preteso di ricoprire cariche politiche. Sembra che tale pretesa comporti necessariamente una specie di autodenigrazione e autoderisione anticipata dagli artisti del movimento Dadà. Tale atteggiamento compare per esempio nel disprezzo che il testo mostra nei confronti del giornalismo: è difficile tuttavia stabilire in quale misura Vattimo consideri anche le parole del suo portavoce "roba da giornale, di nessun conto" (p. 145), o "romanzo popolare" italiano, di un paese in cui la vittoria di un ciclista pone fine alla rivoluzione sociale, scatenata dall'attentato a Togliatti (p. 49).
Compaiono ovviamente in questo testo molte cose che appartengono alla tradizione della scuola pareysoniana di Torino, come l'idea della discontinuità del tempo storico, la concezione folgorante della bellezza, l'esperienza dell'epoché, la nozione di evento, tutte tematiche che Vattimo condivide con altri allievi di Pareyson e che sono state sviluppate dal migliore allievo che Vattimo abbia avuto e che stranamente non è mai nominato, Gianni Carchia, scomparso a soli 52 anni nel 2000. Questi ha avuto la sventura di partecipare al volume "Il pensiero debole" ed essere insultato per questa ragione in modo quanto mai triviale da Carlo Augusto Viano, col quale nel frattempo "l'inimicizia [di Vattimo] si è via via stemperata negli anni fino a sparire" (p. 115).
Copyright©MarioPerniola,2006



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