LA DIFFERENZA EUROPEA

CRITICA DELL`IDEOLOGIA EUROPEA. - Esiste un`idea guida sulla cui base sia possibile pensare l`Europa nella sua specificità rispetto gli altri continenti e alle altre culture? In altre parole è possibile individuare un aspetto, un elemento, una nozione che ci consente di cogliere la differenza europea?
Nella progettazione dell`unità europea è stata posta una particolare enfasi sull`economia. Si è realizzata la profezia di Nietzsche il quale nel 1885 scriveva: ”ll solo denaro costringerà l`Europa a stringersi insieme, quando che sia, in un`unica potenza” . Ma l`economia è quanto di più globale si possa immaginare: se poniamo l`accento sullo sviluppo economico, è difficile immaginare una differenza europea. Certo uno sforzo in questa direzione è stato fatto soprattutto da Jacques Delors e dal documento della Commissione europea sull`educazione e la formazione . In tale documento viene dato un particolare rilievo alla nozione di ”capitale umano”, al progetto della valorizzazione delle risorse umane, al modello di una ”società cognitiva”, secondo una teoria che considera l`istruzione non come un consumo, ma come un investimento ed esamina l`incremento delle conoscenze del singolo secondo criteri analoghi a quelli che regolano i processi di accrescimento del capitale fisso: di conseguenza, da un lato l`accumulazione di conoscenze e l`addestramento professionale sono considerati in rapporto con i benefici economici che nel futuro se ne potranno trarre, dall`altro i fenomeni di assuefazione e di dipendenza nei confronti dell`alcool, delle droghe e del gioco sono interpretati come fattori negativi che riducono il valore economico del singolo .
Si è detto perciò che il successo dell` unità monetaria è in stretto rapporto con la crescita economica e che quest`ultima in Europa dipende principalmente dalla ”materia grigia”, cioè dal capitale umano: la maggiore risorsa europea consistebbe cioè nella produzione di capacità e di competenze suscettibili di fruttare su un medio e lungo periodo. Infatti, le europee e gli europei avrebbero cessato da tempo di essere merci umane e sarebbero passati ad uno stadio ulteriore dello sviluppo capitalistico che richiede loro di trasformarsi in capitali viventi.
Tuttavia la realizzazione di un simile progetto richiede massicci investimenti nell`educazione, nell`istruzione e nella formazione professionale che in Europa sembrano del tutto utopistici: infatti essi dovrebbero essere sostenuti da una politica culturale di stampo illuministico che si trova in assoluto contrasto col nichilismo europeo . In altre parole, come si fa a sostenere il valore economico del sapere in un clima sociale in cui sembra scomparsa la stessa nozione generale di valore? in cui pare che sia venuta meno perfino la possibilità di giudicare e di apprezzare alcunché? in cui la determinazione stessa di una graduatoria viene percepita come un attentato alla democrazia? in cui le idee di merito e di eccellenza sono recepite con fastidio ed avversione? in cui l`oscurantismo di massa premia l`avvilimento e l`abiezione? in cui la filosofia viene considerata come qualcosa di opposto alla democrazia?
Ciò cui la tradizione europea assegna il massimo valore è un`idea di eccellenza dell`essere umano che ha il proprio epicentro nella cultura umanistico-scientifica. Non separo l`umanesimo dalla scienza, in quanto entrambi hanno in comune un ideale dell`essere umano basato sulla libertà, sull`educazione intesa come sviluppo armonico delle proprie capacità, sull` agonismo e sulla considerazione del denaro come beneficio secondario. Ora questo modello di eccellenza è diventato per l`Europa troppo oneroso: esso costa troppo e rende poco; quindi si configura come la fonte della frustrazione, come l`ambito di una fascinazione seduttiva e deludente. Tradotto in termini contemporanei il modello umanistico-scientifico vuol dire flessibilità, cooperazione e competizione: queste nozioni costituiscono il punto di arrivo di tale modello e configurano un tipo di capitale umano il cui prezzo acquisitivo è per gli europei altissimo.
Se restiamo all`interno dell`immaginario umanistico-scientifico, l`arretratezza europea nei confronti della globalizzazione dei mercati si rivela difficilmente sormontabile: infatti non si tratta soltanto di un ritardo tecnologico, di un sottosviluppo strutturale, di una carenza organizzativa, ma di qualcosa di più essenziale che investe il modo di essere dei singoli e di stabilire relazioni con gli altri, la loro personalità e il loro equilibrio, l`individuazione delle priorità nell`uso del proprio tempo e delle proprie risorse, e più in generale l`intero ambito delle gratificazioni e delle frustrazioni d`ogni tipo. In altre parole in un mondo che sembra retto dagli imperativi categorici dell`elasticità e della performatività, siamo troppo lenti, goffi, rigidi, troppo serrati in lingue, stati, lavori, famiglie, case, occupazioni e perfino in piaceri, spettacoli e divertimenti statici ed oppressivi. Incapaci di cooperare, vediamo ogni competizione come una rivalità.
L`Europa si trova di fronte ad un paradosso: il modello dell`essere umano libero, globale, vittorioso e magnifico, che essa ha ereditato dall`antichità classica e sviluppato nell`età moderna, la cui ultima manifestazione è appunto la teoria del capitale umano, è troppo gravoso, troppo impopolare, troppo aspro per poter essere non dico realizzato, ma anche soltanto programmato. E` utopistico pensare che esso possa costituire la base dell`identità europea: noi abbiamo elaborato una cultura da signori e padroni del mondo, il cui mantenimento ed incremento è molto al di sopra delle nostre possibilità.
Del resto la crisi del modello umanistico-scientifico era stata colta da qualche attento osservatore delle vicende europee fin dalla seconda meta dell`Ottocento , cioè a partire dal momento in cui apparvero chiaramente i pericoli connessi con l`illimitata intensificazione e continuo potenziamento delle forze tecnico-produttive, che avevano separato il destino dell`Europa non solo dalle culture tradizionali dell`Africa e dell`Asia, ma anche dalla propria tradizione culturale. E` infatti nel passaggio dal Settecento all`Ottocento che la volontà di potenza occidentale riesce a compiere un salto qualitativo che le imprime un`accelerazione senza precedenti ed apre un orizzonte infinito al desiderio di appropriazione e di conquista . E` in quell`epoca che ha inizio la guerra civile europea, la quale si manifesta sia come guerra tra le nazioni sia come guerra intestina ai singoli stati.

LA MALINCONIA EUROPEA - Il punto da cui partire per pensare la differenza europea non può essere perciò l`idea ellenica di eccellenza: questo ideale dell`essere umano è stato assimilato e sviluppato dalle grandi correnti della cultura europea, dalla scolastica medioevale al Rinascimento, dall`Illuminismo al Romanticismo, dal Positivismo al Modernismo, ma esso ha ormai lasciato il nostro continente e trova nei nuovi continenti il suo humus, il terreno propizio per la sua crescita. Con ciò naturalmente non voglio dire che in Europa non ci siano uomini e donne eccellenti: penso che non esistano più in Europa le condizioni sociali, politiche e culturali favorevoli al loro riconoscimento. Appena si manifesta una superiorità, tutto cospira per annientarla, attraverso la congiura del silenzio o la pratica della ridicolizzazione, attraverso la diffamazione o la dittatura dei sondaggi di opinione, attraverso il disprezzo della qualità o l`asserzione della universale ignominia . Il tiro al piccione del migliore comincia con la distruzione sistematica delle istituzioni dell`istruzione scolastica media e superiore, accuratamente perseguita nella maggior parte degli stati europei e culmina con la denigrazione personale dei grandi pensatori europei del XIX e del XX secolo (da Marx a Freud, da Wittgenstein ad Heidegger) e con la liquidazione della loro eredità teorica. Nei confronti dell`eccellenza viene perciò perseguita un vera e propria strategia terroristica che induce chi mira all` ”arduum et difficile” a vergognarsi delle proprie aspirazioni e a nascondersi dietro l`ultima idiozia sostenuta dalle ricerche di mercato. In Europa non c`è più posto per Faust (e nemmeno per don Juan)! La condanna dell`ammirazione, che Descartes considerava come la passione più forte, segna la fine di una civiltà che per millenni ha fatto del riconoscimento sociale dell`eccellenza una delle proprie basi.
Chi pensa di attribuire questo furore contro l`eccellenza all`ideale dell`umiltà propugnato dal cristianesimo, sbaglia di grosso. Infatti il cristianesimo ha sempre considerato l`essere umano come degno del massimo apprezzamento: facendo delle nozioni di gloria e di grazia il perno della propria antropologia, il cristianesimo ha continuato ed approfondito il culto ellenico dell`eccellenza. Parimenti sbaglia di grosso chi attribuisce l`attuale oscurantismo all`ideale dell`uguaglianza, propugnato dal socialismo: in realtà, il socialismo ha sostenuto, più di tutte le altre tendenze politiche, il legame tra il sapere e il potere ed ha affermato che senza teoria non è possibile nessuna rivoluzione. L`ostilità nei confronti dell`eccellenza ha semmai maggiori radici nel populismo, ma il fenomeno dell`oscurantismo attuale non è riducibile ad una categoria politica ottocentesca, che si regge su un`idea romantica di popolo. Esso presenta una complessità psicologica molto maggiore.
Il furore contro l`eccellenza è in stretto rapporto con la malinconia europea, con quello stato di profondo avvilimento e tristezza che caratterizza la tonalità emotiva dell`Europa attuale. Come è noto, l`analisi più penetrante della malinconia è quella data da Freud . A suo avviso, la malinconia è caratterizzata da un profondo scoramento accompagnato dalla perdita della capacità di amare e da un avvilimento del sentimento del sé che si esprime in autorimproveri e in un radicato senso di colpa. Per Freud, la sindrome malinconica è in stretto rapporto col lutto, il quale consisterebbe nel lavoro psichico svolto al fine di ritirare la libido da una persona o da un oggetto amato, che è venuto meno e nel trovare un sostituto. Se il lavoro del lutto non ha luogo, si installa la sindrome malinconica nella quale un enorme impoverimento dell`io si accompagna ad un atteggiamento di accusa nei confronti degli altri.
Questa analisi della malinconia fornisce una chiave per comprendere il nichilismo europeo, il quale sarebbe una reazione malinconica al tramonto e alla scomparsa di quei ”valori” metafisici che hanno sostenuto ed appoggiato l`ascesa degli europei e delle europee a padroni del mondo. Nei confronti della perdita di tal ”valori” gli europei non sono stati in grado di svolgere il lavoro del lutto, cioè di staccarsi progressivamente da essi trovando nuovi oggetti di investimento libidico. Essi continuano, senza saperlo, ad essere posseduti dal passato e riversano su se stessi la colpa della sua scomparsa, perché si identificano inconsciamente con esso. Ne deriva un quadro profondamente turbato del rapporto con se stessi e con gli altri: esso si manifesta da un lato nel sentimento di una profonda inadeguatezza di se stessi che arriva fino all`autodenigrazione e all`abiezione, dall`altro nell`incapacità di ritenere qualcun altro degno di stima e di ammirazione. Gli europei restano così prigionieri di quei ”valori” metafisici che a parole negano. Il loro nichilismo (o cinismo ) non è una liberazione dalla tradizione, non è un fenomeno di disincanto e di secolarizzazione, ma al contrario è la pigrizia di signori decaduti e malinconici che non sono più in grado di collocarsi nella generale rinegoziazione di tutti i ”valori” impliciti nel processo di globalizzazione. I nichilisti ( o i cinici ) di oggi non sono affatto gli eredi degli esprit forts e dei dandies dei secoli passati: sono dei malinconici incapaci di riciclarsi di inserirsi nella nuova gerarchia dei ”valori”.
Del resto la negazione dei ”valori” operata dal nichilismo è qualcosa di molto prossimo a quel meccanismo descritto da Freud col termine Verneinung (in italiano, negazione, in spagnolo negación, in francese dénegation, in inglese negation ): esso consiste nell`esprimere in modo negativo un pensiero la cui esistenza viene rimossa. Nel caso specifico del nichilismo, l`affermazione dei ”valori” tradizionali può entrare nella coscienza a condizione di essere negata. Tali ”valori” non possono essere espressi positivamente perché essi rivelerebbero il disvalore di chi li propugna, il suo ”non essere all`altezza” di ciò che sostiene. Nello stesso tempo tuttavia essi non possono essere completamente espunti, cacciati dalla sua realtà psichica, perché ciò richiederebbe l`elaborazione di nuovi criteri di valutazione. In altre parole, pur di non riconoscere la propria inadeguatezza, il nichilista malinconico preferisce negare la validità del nuovo. Così noi siamo circondati da malinconici che hanno se stessi e il mondo ”in gran dispitto” , perché vogliono prolungare psichicamente l`esistenza di ciò che ha perduto ”valore”.
Osserva Freud che la malinconia appartiene alla costellazione psichica della rivolta ; ma la rivolta del malinconico non sarà mai una rivoluzione, perché essa è piuttosto una lagnanza rispetto a qualcosa che manca, lagnanza che si trasforma in accusa nei confronti di coloro che non condividono la sua malinconia. Perciò legare l`idea di Europa all`avvenire di una rivolta , come fa Julia Kristeva nel libro omonimo vuol dire ritenere la malinconia, ”il sole nero” , come il destino fatale del nostro continente. A me sembra invece che la differenza europea rispetto agli altri continenti vada ricercata in un`altra direzione; la malinconia è soltanto il sintomo di una patologia più complessa.

LA GUERRA CIVILE EUROPEA E LA RAFFINATEZZA - La guerra malinconica portata conto l`eccellenza mostra che il legame tra l`Europa e l`Occidente si è spezzato: l`Europa non può più essere identificata col progetto moderno che ha il suo fulcro nell`ideale umanistico-scientifico e nell`universalismo tecnico ed economico che esso promuove. L`Europa costituisce una realtà sociale e culturale troppo divisa e contradditoria per essere uniformata sotto lo stendardo dell`Occidente. Chi pensa di poterla arruolare nel progetto della ”occidentalizzazione del mondo” si sbaglia. L`ostilità malinconica nei confronti di qualsiasi tipo di eccellenza è la manifestazione di una realtà sociale profondamente conflittuale che non può essere facilmente armonizzata . Non bisogna chiudere gli occhi sul fatto che l`Europa è la terra in cui da almeno due secoli esiste una guerra civile latente, la quale è stata tenuta a freno finora dalle guerre tra le nazioni europee e dalla separazione del mondo in due blocchi. La vecchia osservazione che i Balcani sono il luogo in cui i conflitti europei possono manifestarsi in tutto la loro cupa ferocia si è rivelata di nuovo nella guerra del Kosovo tragicamente vera: ”L`Europa è nella sua essenza simile ai Balcani” .
Perciò un discorso non ideologico sull`Europa dovrebbe partire da questi due asserti. In primo luogo, l`Europa è altro sia rispetto all`Oriente che rispetto all`Occidente. Non è un promontorio dell`Asia, come proponeva Paul Valéry ; e se per molti secoli si è confusa con l`idea di Occidente, oggi è della massima importanza che appaia chiaramente la sua differenza rispetto alla ”megamacchina” che persegue un progetto di sfruttamento economico del mondo . La malinconia europea può essere interpretata appunto come il doloroso processo di separazione dell`Europa dall`Occidente.
In secondo luogo, l`Europa non può essere pensata come dotata di un`identità omogenea: la sua originalità sta proprio nell`avere nutrito un`esperienza e un pensiero dell`opposizione che non ha uguali in nessun`altra cultura. Da un punto di vista storico, la storia europea è una guerra civile ininterrotta: guerre di religione, guerre di stati, guerre sociali, guerre personali si accavallano e si susseguono in un complicatissimo intreccio nel quale nessuno vince o perde definitivamente. Attraverso i secoli, ciò ha prodotto un sapere strategico di estremo acume e finezza che è più simile ad una diplomazia estetica che ad una polemologia politica. La straordinaria confidenza e familiarità con conflitti d`ogni genere porta alla conclusione che è impossibile non solo la guerra totale, ma anche il nesso politica-guerra così come è stato pensato da quel filone di pensiero che va da Clausewitz a Carl Schmitt. Il nesso politica-guerra si regge su due affermazioni simmetriche: che ”la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” e che viceversa ”la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”. Il mondo nel quale queste massime funzionavano è tuttavia tramontato da un pezzo, ammesso che sia mai esistito. Il nesso politica-guerra si basa sull`individuazione del nemico reale (che è qualcosa di diverso sia dal nemico assoluto sia dall`avversario sportivo). Fatto sta che è venuta meno la possibilità di individuare il nemico reale, cioè di determinare quell` antagonismo dominante che rende tutte le altre opposizioni secondarie e subordinate. Per esempio, il marxismo si reggeva sul nesso politica-guerra proprio perché individuava come antagonismo dominante l`opposizione tra borghesia e proletariato e subordinava a questa, come secondari, i conflitti tra gli stati, tra i ceti, tra i sessi, tra gli individui... Oggi è venuta meno la possibilità di individuare un nemico reale e perciò è crollata l`intera logica che si reggeva sul nesso politica-guerra: una ennesima prova è stata fornita dalla guerra del Kosovo, in cui la figura di Milosevic oscillava tra quella del nemico assoluto da sterminare e quella del partner di un gioco, senza mai riuscire ad acquisire lo statuto di nemico reale. Tuttavia il tramonto del nesso politica-guerra non vuol dire affatto che siamo entrati in un`epoca più pacifica ed armoniosa. E` vero esattamente il contrario. La realtà sociale e individuale è oggi talmente conflittuale che non può essere più controllata e gestita attraverso la logica dell`antagonismo dominante; in altre parole, la politica e la guerra si rivelano del tutto inadeguate a pensare e a regolare i conflitti. Questi possono essere controllati e gestiti solo da un pensiero più fine, più articolato, più flessibile di quello politico-militare e di quello ideologico. I conflitti attuali, più profondi e complessi di quelli passati, possono essere pensati e gestiti solo dalla diplomazia e dalla filosofia. Qui sta la chiave della differenza europea, il punto di forza del nostro continente. Il dinamismo speciale dell`Europa non deve essere perciò essere cercato nell`economia o nella tescnoscienza e tantomeno nella politica ideologica o militare, ma proprio in ciò che sembra a prima vista il suo handicap: il fatto di essere un continente diviso, dilaniato da una guerra civile che dura da secoli. Questa guerra civile ci ha tolto nel Novecento il dominio sul mondo, che è passato in altre mani e ci ha lasciato in uno stato di malinconia rancorosa e pericolosamente vicina all`abiezione. Ma non è invocando la pace o l`amore o la fratellanza che ne potremo uscire! Come si sa, di buone intenzioni e di pii propositi sono lastricate le vie dell`inferno. Non dobbiamo chiudere gli occhi dinanzi alla profondità, alla radicalità e alla molteplicità dei conflitti, ma adoperare tutto il raffinato e sottile sapere che si è sedimentato nei secoli sulla nostra terra per trovare di volta in volta compromessi accettabili tra forze la cui potenzialità distruttiva ci è in larga parte ignota. Se l`Europa ha un avvenire, esso non sta certo nelle mani dell`economia e della politica, ma in quelle della diplomazia e della filosofia.
Copyright ©1999 MARIO PERNIOLA

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