Umberto Eco I

Mentre Pareyson (non diversamente da Gramsci) intendeva la realtà come un luogo di tensioni tra termini che sono tenuti insieme dalla loro opposizione, Eco spezza l’assolutezza di tali rapporti. Per loro non esistono conflitti privilegiati, decisivi, risolutivi, cioè antagonismi dicotomici dalla cui contrapposizione dinamica dipende la comprensione globale della realtà; ciò non li spinge tuttavia verso teorie della pacificazione e dell’unità, ma verso teorie dei conflitti multipli, non gerarchicamente ordinati. Insomma cade completamente con loro il pathos che l’idealismo tedesco aveva messo sulla “lotta per la vita e per la morte”, sul rapporto speculare amico-nemico, sulla ineluttabilità dell’opposizione positivo-negativo, sugli antagonismi dominanti da cui deriverebbe il processo storico, sulle opposizioni classiche della storia della filosofia. Tra le categorie estetiche perciò è l’ironia quella che sembra più adatta ad illuminare la posizione di Eco. Tale nozione deve essere intesa in una accezione prossima a quella che le attribuisce Richard Rorty per designare l’atteggiamento intellettuale di chi sostiene le proprie opinioni, senza attribuire ad esse una validità assoluta .
L’orientamento fondamentale di Umberto Eco è rintracciabile già nel suo primo libro Opera aperta. Forma e indeterminazione nella poetiche contemporanee (1962). Nella sua magistrale analisi della poetica di Joyce, Eco sottolinea l’abbandono della fiducia nella inalterabilità e univocità delle opposizioni. La realtà ha carattere polidimensionale; essa può essere messa a fuoco secondo molte fisionomie complementari. Spiegazioni che un tempo si escludevano l’un l’altra ora potrebbero coesistere dando luogo a inedite opposizioni. Lo studio del linguaggio è ciò che consente di conferire un ordine nuovo più sciolto ed agile agli elementi che formano la nostra esperienza. L’intenzione fondamentale di Joyce sarebbe così formulabile: “assumo il mondo sotto forma di quanto è stato detto circa il mondo, e lo organizzo secondo regole che non sono valide nei confronti delle cose, ma solo delle parole che esprimono le cose” (pp. 353-4).
Nell’opera Trattato di semiotica generale (1975) l’oggetto della riflessione di Eco non è soltanto il linguaggio, ma ogni tipo di segno. Intendendo per segno “ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro”, ne deriva che la semiotica è una teoria generale della cultura che può occuparsi di qualsiasi cosa, indipendentemente dal fatto che esista. Ironicamente Eco perciò la definisce una teoria della “menzogna”, o meglio “la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire” (p.17). Se pensiamo all’enfasi posta da Pareyson sulla nozione di “verità” , ci rendiamo conto di essere entrati in un orizzonte di pensiero che considera come “ingenua” ogni pretesa di portare alla luce le strutture naturali o universali del significato. In altre parole, l’originalità della strategia di Eco non consiste tanto nel considerare l’estetica come parte della semiotica, quanto di mettere da parte la metafora naturalistica dell’organicità su cui era fondato il primato della produzione estetica sugli altri tipi di produzione segnica. La specificità del prodotto estetico deve essere cercata altrove: nell’autoriflessività, nell’ambiguità, nella violazione della norma, cioè in elementi culturali, convenzionali. Ciò non esclude per Eco l’importanza della produzione estetica, la quale anzi costituisce il modello ”da laboratorio” di tutti gli aspetti della funzione segnica (p. 328) e possiede, in modello ridotto, le stesse caratteristiche di una lingua (p. 338). Ma è certo che quel rapporto di polarità organica su cui Pareyson aveva costruito la sua estetica, deve essere lasciato cadere: “Il prodotto dell’invenzione semiotica, anche quando è visto come complessa funzione segnica, è sempre un segno ‘impreciso’. Le invenzioni non si dispongono in sistema di opposizioni nette, ma lungo un continuum” di trasformazioni (p. 320). La semiosi vive in un mondo di fatti: ciò limita l’assoluta purezza dell’universo dei codici (p. 211): perfino l’opposizione analitico-sintetico ha carattere convenzionale e quando la convenzione cambia, i giudizi analitici diventano sintetici e viceversa.
Il punto decisivo della strategia di Eco è l’adozione di una nuova teoria delle opposizioni. Egli discute la distinzione di origine aristotelica, secondo cui gli opposti sarebbero: a. correlativi o conversi (quando non si escludono, ma si richiamano l’uno all’altro; esempio: marito-moglie, comperare-vendere); b. contrari (quando esiste la possibilità di un medio termine; esempio: ricco-povero, bianco-nero); c. contraddittori (quando non è possibile via di mezzo; esempio: mortale-immortale, essere-non essere). Invece di privilegiare una di questi tipi di opposizioni, Eco sostiene che, a seconda dell’asse semantico in cui è inserito, la stessa opposizione può essere correlativa, contraria o contradditoria (p.117-21). Per esempio, l’opposizione ricco-povero considerata come contraria, diventa correlativa se penso che la ricchezza di uno è il risultato della povertà dell’altro o contradditoria se povertà e ricchezza sono stabilite dalla provvidenza! La struttura dello spazio semantico perciò non è retta dalla contraddizione né dalla polarità: Eco introduce nello studio del linguaggio la fuzzy logic, la logica dei concetti vaghi o sfumati. “L’incrociarsi delle circostanze e delle presupposizioni si annoda all’incrocio dei codici e dei sottocodici in modo da fare di ogni messaggio o testo una FORMA VUOTA a cui possono essere attribuiti vari sensi possibili” (p.196). I fenomeni culturali sono il luogo di una combinatoria , di una pluralità di legami che non possono essere ridotti ad un solo tipo. Lo studio dei segni di una cultura mostra unità equivoche, sememi aperti a una pluralità di letture: Eco perciò rifiuta la pretesa di molta semantica strutturale di portare alla luce, senza ombra di dubbio, le strutture immutabili e necessarie del significato. Ciò gli consente di condurre anche una critica radicale all’ideologia, comprendendo in questa non solo la visione conciliata ed armonica della società, ma anche la dialettica hegelo-marxista. Infatti ciò che caratterizza l’ideologia è appunto la pretesa di porre contrapposizioni assolute, mentre i segni stabiliscono soltanto opposizioni vaghe, sfocate, sfumate, molteplici. Ideologico perciò tanto il gramscismo quanto l’organicismo pareysoniano: “l’ideologia - scrive Eco - è una visione del mondo parziale e sconnessa : ignorando le multiple interconnessioni dell’universo semantico essa cela anche le ragioni pratiche per cui certi segni sono stati prodotti insieme ai loro interpretanti” (p. 369). Da ciò si può dedurre che Eco condanni tout court l’estetica come ideologia? Non mi pare che Eco arrivi mai a una conclusione del genere; anzi, egli sostiene che l’esperienza estetica “si batte, per così dire, per i diritti civili di un continuum segregato” (p. 335), cioè mette in evidenza e porta all’estremo aspetti che sono impliciti in qualsiasi produzione segnica. Piuttosto egli inaugura un’estetica fuzzy che si rivela quanto mai feconda nell’analisi delle produzioni letterarie ed artistiche della nostra epoca e che, stabilendo rapporti imprevisti, consente l’esercizio di un’ironia ingegnosa e scintillante. Il conflitto estetico per eccellenza perciò non è più la contraddizione o la polarità, e tantomeno l’armonia, ma l’ironia: entriamo con Eco in un orizzonte di sfumature e di transiti, sospettoso nei confronti delle formalizzazioni logiche (sia di quelle di matrice idealistica, sia di quelle di matrice strutturalistica).
Copyright©MarioPerniola 1999
Testo pubblicato in "Le ultime correnti dell’estetica in italia”, estratto dal volume “Il Novecento. Scenari di fine secolo,” Milano, 2001.

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