Tommaso Landolfi II

Mario Perniola, “ Manierismo e autenticità in Tommaso Landolfi”, pubblicato in “Tempo Presente”, settembre-ottobre 1965, pp.70-1.

A questo panorama fanno eccezione tre opere, La bière du pecheur (1953), Se non la realtà (1960) e Rien va (1963), le quali hanno in comune l`aspirazione a cercare nella letteratura se non la rivelazione simbolista di un Assoluto, almeno l`espressione di un’autenticità individuale. L`impegno esistenziale di Landolfi, già avvertibile nel suo primo libro, si manifesta innanzitutto nel ripudio del personaggio: « Alcuni fantasmi - scrive - mi tormentano da tempo... Essi pretendono da me, che ignoro il mio, il loro destino ». Egli non esita perciò ad eliminarli: infatti « acquistino pure una certa consistenza e quasi un volto umano », «reclamino con una certa urgenza l`onor del mondo», essi «non renderanno mai lampanti le ragioni profonde della personalità» di Landolfi, né potranno mai «fornire l`esatta misura delle sue possibilità di scrittore». L`abbandono del personaggio comporta il rifiuto d’ogni sorta di retorica, di discorso ben fatto, di «bella frase », e quindi del racconto in generale: «Ieri ho veduto - constata - che non so ormai costruire neanche il più semplice racconto. Così, su tutte le altre, si trova frustrata la mia antica e perenne aspirazione alla terza persona: son condannato forse per sempre a questa prim». Il romanzo diventa diario, indagine introspettiva, scrittura in cui l’esistere è colto in atto. Ne nasce la libera redazione della Bière, la volontà di registrarsi, l`intenzione di scrivere senza proporsi alcun piano, il proposito di cogliere il presente nella sua istantaneità. Sull`esempio del Dostojevski delle Memorie dal sottosuolo (da lui mirabilmente tradotte) Landolfi si impegna in un esame disperato dei moventi del proprio comportamento, per accorgersi subito che di ragioni ideali, di razionalizzazioni, di giustificazioni ce ne sono infinite, che gli stati psicologici sono riluttanti ad ogni significazione univoca e suscettibili di essere interpretati in cento modi diversi, che la ricerca dei motivi come mezzo di spiegazione della condotta è sterile. II confine tra realtà e immaginazione, tra verità e menzogna, tra autentico e retorica viene meno in una contestazione senza scopo, né conclusione: «Invero queste due ultime giornate sono inventate di sana pianta... Beh, inventate non proprio tutte: da un certo limite assai arretrato in qua... E come mai ho sentito il bisogno di servirmi di simili invenzioni, per giunta così poco originali?... A tutto ciò non so rispondere. Io devo ormai essere sincero: non so neppure materialmente, se queste siano invenzioni. (Di più:... quasi mi verrebbe da dubitare della verità, nonché delle due storielle in parola, di tutto quanto ho raccontato finora). Ovvero, potrei avere qualche tenebroso motivo, a me medesimo sconosciuto, per dichiararle tali. Non so, ripeto, non ci capisco nulla ».
Inoltre la pretesa della scrittura autentica di cogliere un`esistenza in atto presuppone la possibilità di un linguaggio capace di esprimere o perlomeno designare la singola individualità delle cose reali. Nella Piccola Apocalisse, Landolfi illustra esemplarmente questo concetto: «Né corre mai alcuna relazione fra un istante del passato o del futuro e uno del presente: ciascun attimo è, per gli uomini, un mondo chiuso, che vive la sua vita effimera e muore poi in pace ». Il guaio è che Landolfi dispone d’un linguaggio logoro e consunto, assolutamente inadatto a cogliere l`irripetibilità e l`assoluta originalità di un fatto psichico, considerato alla maniera della psicologia atomistica e tradizionale. Perciò la matita di Landolfi « piega verso un magistero d`arte» ed egli si deve accontentare di una scrittura... falsamente classicheggiante, falsamente nervosa, falsamente sostenuta, falsamente abbandonata, e giù con tutte le altre falsità ». Le frasi gli nascono «già tronfie nel cervello come Pallade armata dal… ecco che ci risiamo? »: il tentativo di una scrittura autentica fallisce per la natura stessa del linguaggio.
Infine, il tentativo di sorprendere la propria soggettività in atto trova una difficoltà insormontabile nel continuo trascendersi del pensiero: «È ripreso più implacabile in questi giorni - scrive - quel continuo controllo sui menomi atti, del quale sarebbe vano studiarsi di dare una pallida idea. Come si fa a vivere se si ha la coscienza minuta di tutto quanto si opera o dice o persino pensa? Mangio una mela, poniamo; e sento la voce vigile: tu stai mangiando una mela e via per tutto il resto... ». All`interno della sua esistenza s`instaura una scissione, uno sdoppiamento che lo aliena da se stesso: « Chiamarla voce poi è ancora troppo o troppo poco, un ripiego, che "voce" è qualcosa di men subdolo e presente ». In tal modo l`autore diventa un personaggio fittizio ed arbitrario quanto quelli della narrativa tradizionale: «lo stesso - egli riconosce - sono Landolfi si chiede: «Non potrò mai scrivere veramente a caso e senza disegno, sì da almeno sbirciare, traverso il subbuglio e il disordine, il fondo di me? », ma è una domanda ingenua, perchè è perfettamente inutile cercare se stessi. L`analisi introspettiva della Bière finisce nello scacco: dell`anima si può dire ciò che la teologia negativa diceva di Dio: «In queste buie pagine passa se mai ciò che non è, niente di ciò che è ».
Anche il libro Se non la realtà si presenta come una svolta risolutiva nel difficile cammino di Landolfi. Ne fa fede l`assunto programmatico che si può leggere come epigrafe: « Non hanno più meta le nostre pigre passeggiate, se non la realtà ». La nuova direzione comporta il rifiuto da un lato delle retoriche, dall`altro dell`analisi interiore. La « desolazione », il « fosforico e putrido chiarore », il «freddo soffio crepuscolare » della letteratura manierista non riescono più a soddisfare Landolfi: «le piccole folle di pirati, briganti, bucanieri, e persin di quei grulli dal volto bamboccesco, che bazzicano 1e cattive compagnie» non lo compensano più del suo destino. D`altra parte, se occorre pensare a se stessi, ciò non può avvenire attraverso l`introspezione psicologica: l`esperienza della Bière ha mostrato che « viaggiare per di dentro e raccontare la storia patria dall`interno» significa non arrivare mai in nessun luogo.
La poetica di Se non la realtà è il comportamentismo letterario, ossia la descrizione dell`uomo dall`esterno: se i romanzieri americani tra le due guerre l`hanno praticata rispetto ai personaggi, Landolfi l`applica a se stesso, si guarda agire e spera di capire dalle sue azioni qualcosa di sé.
Landolfi scrive ciò che fa, ci racconta i suoi viaggi e pretende di chiamarli « realtà »: egli accetta l`ammonimento scettico a non estendere il dubbio ai fatti della vita quotidiana e si attiene al buon senso, alla comune ragionevolezza. Tuttavia la sua intelligenza mal si adatta nell`angusto ambito della banalità e traspare qua e là in sottili notazioni ironiche: egli sorride dell`equivoco che il libro può generare e si rallegra che «coloro che amano la vita colta sul vero » approvino un`opera per tanti versi lontana dal dilettantismo bozzettistico di cui sono fautori. Altrove scherza sulla sua abitudine di sacrificare la vita alle preoccupazioni letterarie («Cominciavo a sentire quella sottile eccitazione dell`intelletto e insieme dei sensi donde senza dubbio sarebbe uscita una prosa robusta eppur trasognata... »), o si prende gioco dei trucchi del narratore («Tali sommarie considerazioni, che acconciamente sviluppandole potrei benissimo attribuire a qualche mio compagno di viaggio - se non fossi stanco di simili precauzioni oratorie - andavo invece facendo io stesso... »)
I fatti così arbitrariamente isolati dai significati, dalle interpretazioni, dalle idee non dicono nulla: ben se ne accorge Landolfi, quando si lamenta di non riuscire a cavare dai minimi episodi che riferisce non tanto « una moralità, una comune morale..., un insegnamento o qualcosa d`interesse generale », ma neppure «un`immagine, una figura, un`allusione ». La realtà, da cui egli s`era aspettato salvezza e rigenerazione, si rivela un insieme di fatterelli insignificanti, «di minuti episodi di cui un vagabondare senza meta » lo fa testimone. . In tal modo il comportamentismo letterario fallisce financo come «dispositivo di sicurezza» e, ben lungi dal condurlo a nuove scoperte su se stesso, lo costringe ad un futile e insignificante esercizio di descrizione.

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