Reality TV

Sono visto dunque esisto, pubblicato in “La Repubblica”, 15 novembre 2005.

A prima vista la cosiddetta reality Tv ha ben poco che fare con la realtà. Si tratta infatti di un tipo di programma caratterizzato da un sensazionalismo emozionale, del cui carattere artificioso e preordinato sono consapevoli tanto i partecipanti quanto la maggior parte della audience. Spesso esso richiede una preparazione tecnico-logistica assai complessa e l’intervento di varie e diversificate competenze. Siamo quindi molto lontano dalle intenzioni e dagli scopi del cinéma verité degli anni sessanta, il quale si proponeva di cogliere e di documentare gli aspetti nascosti della vita sociale e individuale colti nelle loro manifestazioni spontanee attraverso un’attrezzatura tecnica estremamente semplice. Ciò non esclude affatto che anche nella reality Tv avv11a qualcosa di imprevedibile e di inaspettato; anzi sono proprio questi lampi di autenticità che costituiscono una delle maggiori attrattive di questo genere di spettacoli, ai quali pertanto pare difficile negare l’appartenenza a quella tendenza artistica che dalla seconda metà dell’Ottocento è conosciuta sotto il nome di “naturalismo”.
La reality Tv è stata oggetto di una critica radicale in numerosi libri e articoli che l’hanno considerata come una manifestazione di un fenomeno assai più vasto e generale definito con l’espressione dumbing down (abbruttimento, istupidimento e ammutolimento) della società nel suo complesso: tale fenomeno infatti investirebbe la vita quotidiana, i media, la cultura, l’amministrazione, la scuola, l’università e non ultima la politica per la quale è stato creato il neologismo dumbocracy (termine che non ha niente che vedere con Dumbo, il noto cartone animato di Walt Disney, ma proviene dall’aggettivo dumb che vuol dire “muto” e per estensione “stupido”). Sotto questo aspetto il successo della reality Tv dipenderebbe dagli stessi processi psicologici che creano dipendenza nei confronti dell’alcool, delle droghe, del denaro, del potere o del sesso. Questa analisi tuttavia non prende in considerazione il rapporto di aspra concorrenza dei media tra loro, il quale genera strategie di opposizione, ma più spesso innesta dinamiche di rivalità mimetica. Non a caso la nascita della reality Tv nei primi anni Novanta coincide con quella di Internet e risponde all’esigenza di creare una forma di spettacolo più spregiudicato, coinvolgente e interattivo della cosiddetta “paleotelevisione” educativa e formativa, basata sul rispetto della dimensione simbolica e dei suoi valori. Se si volesse esporre questa problematica nei termini dello psicoanalista francese Jacques Lacan, si potrebbe dire che il rigetto del simbolico implicito nella reality Tv non avrebbe portato al reale, ma al dilagare dell’immaginario, cioè di quella dimensione caratterizzata dall’inganno e dal narcisismo.
In effetti il narcisismo è considerato comunemente come una categoria socio-psicologica assai appropriata per spiegare la facilità con cui un numero rilevante di persone è disposto a perdere la propria dignità pur di comparire in uno spettacolo televisivo. Occorre tuttavia precisare che per narcisismo non si intende affatto l’amore di sé, ma una focalizzazione dell’interesse libidico sulla propria immagine compiuto a prezzo di un completo annullamento della vita interiore e della propria identità sentimentale. La vita affettiva del narcisista è vuota: l’impossibilità di trovare un serio interesse nella vita, che caratterizza il suo modo di essere, è proprio il contrario dell’impegno personale che qualifica il soggettivismo moderno.
Tuttavia queste osservazioni, pienamente plausibili, colgono soltanto in parte l’essenza della reality Tv, la quale riguarda proprio l’esperienza della realtà, la quale non è più garantita dalla coscienza che il singolo ha di se stesso, ma ha bisogno di una legittimazione proveniente dall’esterno. In altre parole, mentre nel passato valeva il principio “vedo, dunque sono”, oggi sembra che questo debba essere sostituto dal principio “sono visto, dunque sono”. Le condizioni e le prospettive della vita attuale sono così incerte e fragili che non riesco più a trovare il fondamento della mia esistenza nella mia visione, ma solo nella visione di un pubblico il più ampio possibile. Ecco che allora che la reality Tv si rivela connessa con una questione metafisica di grande rilevanza, che dibattuta nei secoli passati, veniva formulata in questi termini: che cosa viene prima, la mia visione soggettiva oppure la visione che Dio ha di me? Il filosofo Niccolò Cusano si è posto questa domanda nello scritto De visione Dei (1453) ed ha formulato il suggestivo esempio di un dipinto che raffigura un volto i cui occhi sembrano fissare l’osservatore in qualunque posto si trovi; inoltre esso dà la sensazione a coloro che lo guardano di essere guardati con la stessa espressione che assumono nei suoi confronti, sicché chi guarda con amore sarà guardato con amore, chi con ira sarà guardato con ira e così via. Nell’esperienza attuale il posto di Dio è preso dal pubblico, che segue i partecipanti ai programmi della reality Tv senza interruzioni e che esprime una valutazione sulle loro singole performance. Cusano pensava Dio come la coincidenza degli opposti e questa definizione si può applicare anche a molti aspetti della comunicazione massmediatica. Certo trovo inquietante il fatto che la futilità in cui è sprofondata la vita attuale possa essere riscattata non dalla formazione di un nuovi legami sociali, ma dal misticismo tecnologico.

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