Filosofi francesi

Testo pubblicato su L”unità”, 16 gennaio 2003 col titolo ”Filosofia, cosa abbiamo imparato dai francesi?”

”Gli artisti si disputano il rango, i filosofi l`esistenza” diceva Paul Valéry. Questa osservazione è valida anche oggi, tant`è vero che pensatori che hanno molte cose in comune si ignorano reciprocamente. Eppure questo stile da gran signori ha fatto il suo tempo anche in filosofia. E` ciò che mostra Christian Descamps nella sua ampia rassegna della filosofia francese attuale ”Quarante ans de philosophie en France. La pensée singulière. De Sartre à Deleuze” (Paris, Bordas, 2003), libro che ha innanzitutto il merito di superare la logica delle sette detentrici di verità esclusive e quella meno nobile delle invidie e delle gelosie personali.
Dietro questo orientamento stanno almeno due presupposti. Il primo riguarda il carattere connessionista della società contemporanea e della sua organizzazione del sapere. La valorizzazione passa più attraverso l`instaurazione di reti e di legami interrelazionali che attraverso la solennizzazione monumentale. Gli individui sono meno pertinenti delle relazioni che li legano. Il rischio cui si espone il pensatore che procede senza porte né finestre è quello di trasformarsi in un trombone o in un tromboncino.
Il secondo presupposto riguarda più specificamente la politica della filosofia, la quale sta ritrovando il coraggio di opporsi alla deriva oscurantista degli ultimi anni che tanto in Francia quanto in italia ha cercato di sostituirla con una socio-pedagogia priva di contenuti teorici e ispirata da un malinteso neoliberismo rigurgitante di trovate populistiche. A partire dal momento in cui il ragionamento logico più elementare è in pericolo, nuociono alla causa della filosofia sia le polemiche speciose (come quella sul supposto nazismo di Heidegger o sui neoreazionari), sia le congiure del silenzio sui pensatori outsiders o su quelli coinvolti nella politica. Qualche tempo fa mi fu rimproverato in italia di citare Manlio Sgalambro e in Francia di citare Luc Ferry (prima che diventasse ministro): ora non è più nell`interesse della filosofia escludere i filosofi che sono molto fuori o molto dentro al potere. Tanto gli uni quanto gli altri devono essere considerati in modo più obiettivo.
Il volume di Descamps è perciò molto di più di un sommario o di libro di divulgazione. Esso è un`operazione strategica a favore della filosofia molto complessa che si snoda per quasi trecento pagine secondo una metodologia coerente e articolata. Il discorso non è focalizzato sulle persone (che sovente in libri di questo genere sono trasformate in feticci concettuali), né sulle scuole (che assai spesso sono raggruppamenti di pensatori eterogenee), ma secondo problematiche che attraversano orientamenti e tendenze diverse. Ciò tuttavia non esclude che i filosofi di prima grandezza e di impatto globale (Foucault, Derrida e Deleuze) siano riconosciuti come tali ampiamente trattati.
Bisogna cessare di considerare la discussione filosofica come la continuazione delle lotte di religione ed esercitare un principio di rispetto nei confronti di quanti recano contributi creativi ed originali, anche se non se ne condividono le posizioni. La filosofia non deve chiudersi in uno specialismo erudito lontano dai problemi del mondo, ma nemmeno dissolversi in un eclettismo mediatico e spettacolare. Un aspetto importante della filosofia francese degli ultimi quarant`anni è il contributo recato alla ricerca filosofica dalle scienze umane e dalla ricerca storica: giustamente perciò ampio spazio viene dato al pensiero di Bourdieu, di Boltanski, di Baudrillard, di Castoriadis, di Canguilhem, di Veyne... Infine basta con lo sciovinismo intellettuale: la filosofia implica un discorso sull`universale e pur essendo legata come la letteratura alle lingue nazionali, ha tutto interesse a confrontarsi non solo con la grande tradizione di lingua tedesca e col pensiero analitico di derivazione anglosassone, ma anche con le culture nazionali europee filosoficamente più marginali, e - cosa che richiede molto lavoro e molta finezza intellettuale - con quelle extra-europee.
Secondo Descamps, la filosofia francese degli ultimi quarant`anni trova un suo comune denominatore nella critica della ragione dialettica. Sotto questo aspetto l`opera di Sartre del 1960, che reca appunto questo titolo, ha segnato l`inizio di una nuova fase della filosofia del Novecento, nel senso che le varie tendenze che si sono delineate da quel momento costituiscono altrettanti tentativi di fornire una risposta differente alla teoria hegeliana della contraddizione antagonista come legge della storia. Ebbene quasi tutti i pensatori importanti degli ultimi quarant`anni negano l`esistenza di leggi della realtà e in vario modo e secondo diversi strumenti concettuali, danno spazio al contingente e all`indeterminato. Da ciò appunto deriva il sottotitolo del libro, che vede nel pensiero singolare l`aspetto specifico profondamente innovativo della filosofia attuale.
Il libro di Descamps rappresenta anche una bella occasione per la filosofia italiana: è venuto infatti il momento di chiederci che cosa in questi ultimi quarant`anni che cosa abbiamo imparato dai francesi. Direi che abbiamo imparato un nuovo stile di filosofare, più libero da preoccupazioni accademiche e più vicino alla saggistica letteraria. Lo sviluppo di questo stile presuppone tuttavia una società colta e un giornalismo attento, cioè presuppone una vita culturale nella quale gli autori e le opere sono sottoposti ad una mobilitazione concettuale e non solo esposti in modo spettacolare e pubblicitario; presuppone anche la capacità di una politica editoriale, che non si limiti a sfornare manuali e testi compilati frettolosamente per uso universitario e che sia in grado di promuovere le opere di rilievo sul mercato internazionale. A partire dal momento in cui i filosofi italiani si accorgessero che non conviene più pubblicare nella loro lingua madre (come sanno da tempo gli scienziati), si assisterebbe ad un impoverimento e a decadimento senza precedenti dell`italia. Come conclude Descamps: ”La nostra civiltà non sarebbe più nulla se rinunciasse di respirare all`altezza delle esigenze filosofiche”. Mario Perniola, Filosofi francesi Testo pubblicato su L”unità”, 16 gennaio 2003 col titolo ”Filosofia, cosa abbiamo imparato dai francesi?”
”Gli artisti si disputano il rango, i filosofi l`esistenza” diceva Paul Valéry. Questa osservazione è valida anche oggi, tant`è vero che pensatori che hanno molte cose in comune si ignorano reciprocamente. Eppure questo stile da gran signori ha fatto il suo tempo anche in filosofia. E` ciò che mostra Christian Descamps nella sua ampia rassegna della filosofia francese attuale ”Quarante ans de philosophie en France. La pensée singulière. De Sartre à Deleuze” (Paris, Bordas, 2003), libro che ha innanzitutto il merito di superare la logica delle sette detentrici di verità esclusive e quella meno nobile delle invidie e delle gelosie personali.
Dietro questo orientamento stanno almeno due presupposti. Il primo riguarda il carattere connessionista della società contemporanea e della sua organizzazione del sapere. La valorizzazione passa più attraverso l`instaurazione di reti e di legami interrelazionali che attraverso la solennizzazione monumentale. Gli individui sono meno pertinenti delle relazioni che li legano. Il rischio cui si espone il pensatore che procede senza porte né finestre è quello di trasformarsi in un trombone o in un tromboncino.
Il secondo presupposto riguarda più specificamente la politica della filosofia, la quale sta ritrovando il coraggio di opporsi alla deriva oscurantista degli ultimi anni che tanto in Francia quanto in italia ha cercato di sostituirla con una socio-pedagogia priva di contenuti teorici e ispirata da un malinteso neoliberismo rigurgitante di trovate populistiche. A partire dal momento in cui il ragionamento logico più elementare è in pericolo, nuociono alla causa della filosofia sia le polemiche speciose (come quella sul supposto nazismo di Heidegger o sui neoreazionari), sia le congiure del silenzio sui pensatori outsiders o su quelli coinvolti nella politica. Qualche tempo fa mi fu rimproverato in italia di citare Manlio Sgalambro e in Francia di citare Luc Ferry (prima che diventasse ministro): ora non è più nell`interesse della filosofia escludere i filosofi che sono molto fuori o molto dentro al potere. Tanto gli uni quanto gli altri devono essere considerati in modo più obiettivo.
Il volume di Descamps è perciò molto di più di un sommario o di libro di divulgazione. Esso è un`operazione strategica a favore della filosofia molto complessa che si snoda per quasi trecento pagine secondo una metodologia coerente e articolata. Il discorso non è focalizzato sulle persone (che sovente in libri di questo genere sono trasformate in feticci concettuali), né sulle scuole (che assai spesso sono raggruppamenti di pensatori eterogenee), ma secondo problematiche che attraversano orientamenti e tendenze diverse. Ciò tuttavia non esclude che i filosofi di prima grandezza e di impatto globale (Foucault, Derrida e Deleuze) siano riconosciuti come tali ampiamente trattati.
Bisogna cessare di considerare la discussione filosofica come la continuazione delle lotte di religione ed esercitare un principio di rispetto nei confronti di quanti recano contributi creativi ed originali, anche se non se ne condividono le posizioni. La filosofia non deve chiudersi in uno specialismo erudito lontano dai problemi del mondo, ma nemmeno dissolversi in un eclettismo mediatico e spettacolare. Un aspetto importante della filosofia francese degli ultimi quarant`anni è il contributo recato alla ricerca filosofica dalle scienze umane e dalla ricerca storica: giustamente perciò ampio spazio viene dato al pensiero di Bourdieu, di Boltanski, di Baudrillard, di Castoriadis, di Canguilhem, di Veyne... Infine basta con lo sciovinismo intellettuale: la filosofia implica un discorso sull`universale e pur essendo legata come la letteratura alle lingue nazionali, ha tutto interesse a confrontarsi non solo con la grande tradizione di lingua tedesca e col pensiero analitico di derivazione anglosassone, ma anche con le culture nazionali europee filosoficamente più marginali, e - cosa che richiede molto lavoro e molta finezza intellettuale - con quelle extra-europee.
Secondo Descamps, la filosofia francese degli ultimi quarant`anni trova un suo comune denominatore nella critica della ragione dialettica. Sotto questo aspetto l`opera di Sartre del 1960, che reca appunto questo titolo, ha segnato l`inizio di una nuova fase della filosofia del Novecento, nel senso che le varie tendenze che si sono delineate da quel momento costituiscono altrettanti tentativi di fornire una risposta differente alla teoria hegeliana della contraddizione antagonista come legge della storia. Ebbene quasi tutti i pensatori importanti degli ultimi quarant`anni negano l`esistenza di leggi della realtà e in vario modo e secondo diversi strumenti concettuali, danno spazio al contingente e all`indeterminato. Da ciò appunto deriva il sottotitolo del libro, che vede nel pensiero singolare l`aspetto specifico profondamente innovativo della filosofia attuale.
Il libro di Descamps rappresenta anche una bella occasione per la filosofia italiana: è venuto infatti il momento di chiederci che cosa in questi ultimi quarant`anni che cosa abbiamo imparato dai francesi. Direi che abbiamo imparato un nuovo stile di filosofare, più libero da preoccupazioni accademiche e più vicino alla saggistica letteraria. Lo sviluppo di questo stile presuppone tuttavia una società colta e un giornalismo attento, cioè presuppone una vita culturale nella quale gli autori e le opere sono sottoposti ad una mobilitazione concettuale e non solo esposti in modo spettacolare e pubblicitario; presuppone anche la capacità di una politica editoriale, che non si limiti a sfornare manuali e testi compilati frettolosamente per uso universitario e che sia in grado di promuovere le opere di rilievo sul mercato internazionale. A partire dal momento in cui i filosofi italiani si accorgessero che non conviene più pubblicare nella loro lingua madre (come sanno da tempo gli scienziati), si assisterebbe ad un impoverimento e a decadimento senza precedenti dell`italia. Come conclude Descamps: ”La nostra civiltà non sarebbe più nulla se rinunciasse di respirare all`altezza delle esigenze filosofiche”. . .

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