Il diritto in Cina

Articolo comparso su ”Il Manifesto”, 29 settembre 2009 col titolo Lente trasformazioni all`ombra di Confucio.

Nel panorama dei recenti studi sulla cultura cinese, il libro di Luigi Moccia, Il diritto in Cina. Tra ritualismo e modernizzazione (Torino, Bollati Boringhieri) è destinato ad occupare un posto di grande rilievo, non solo perché costituisce uno studio molto dettagliato su un argomento poco conosciuto in Occidente, ma anche perché sfata alcuni luoghi comuni sulla grande civiltà sinica e pone non pochi interrogativi sul significato delle burrascose vicende che hanno sconvolto quel paese nel secolo scorso.
    Secondo una teoria molto radicata, la cultura cinese tradizionale sarebbe caratterizzata da un`opposizione fondamentale tra il confucianesimo e il taoismo, che si configura  praticamente come conflitto tra due stili di pensiero e di vita  contrari: il primo pervaso da preoccupazioni etico-politiche  e perciò orientato verso l`azione, il secondo invece impregnato da una specie di scetticismo mistico, essenzialmente contemplativo. Al confucianesimo corrisponde il modello  dell`uomo pubblico, identificabile nella figura del letterato-funzionario; al taoismo il modello del saggio nascosto, che vive in privato in uno stato di totale indifferenza nei confronti del mondo. In realtà gli ultimi trent`anni di studi sulla Cina antica, mostrano un panorama estremamente più complesso, in cui   un`importanza non minore di queste due scuole ebbero il pragmatismo moista e il legismo che costituì la base teorica su cui avvenne nel 221 a.C. l`unificazione della Cina. Inoltre queste quattro scuole, già molto prima dell`arrivo del Buddismo in Cina (avvenuto intorno ai primi secoli dell`era cristiana), s`influenzarono reciprocamente, dando luogo a vari eclettismi.
    L`originalità dell`opera di Moccia consiste nel fornire una chiave interpretativa la quale individua l`antagonismo fondamentale che attraversa tutta la civiltà sinica, dalle origini fino ai nostri giorni, nel conflitto tra la mentalità confuciana e quella legista. La prima ritiene che la società debba essere retta dai riti (li), la seconda dalla legge (fa). Tale conflitto tuttavia si svolge all`interno di un background culturale da sempre diffidente nei confronti di una risoluzione giuridica istituzionale delle controversie. Infatti, la giustizia imperiale fu amministrata fino alla caduta dell`Impero (1912) da letterati, che avevano una mentalità etico-burocratica, non giuridico-positivistica. Il rivolgersi a leggi e tribunali per dirimere una lite è stato sempre percepito come qualcosa da evitare, che getta discredito su chi la intraprende, perché questa deve essere risolta attraverso una composizione extra-giudiziale, che tiene conto della specificità del caso: nel pensiero cinese le cose non sono viste mai in maniera decontestualizzata. L`intervento della legge ha sempre avuto un carattere penalistico, repressivo e strumentale: la stessa parola fa rimanda all`idea di castigo, necessario per mantenere l`ordine presso popolazioni barbare, ma inadatto per una società civile.
     Quando con la caduta dell`impero si è aperto il problema della modernizzazione della Cina, questa non ha mai assunto il carattere di una occidentalizzazione legalistica brutale, nonostante la necessità di integrare negli ordinamenti cinesi molti elementi tratti tanto dal civil law continentale quanto dal common law anglo-sassone. Moccia sottolinea la permanenza più o meno occulta fino ad oggi del modo di pensare confuciano, nonostante le ”febbri” legislative europeizzanti del Guomindang (1926-35) o quelle della Cina popolare dopo il 1990. A suo avviso, il sistema di diritto cinese presenta tuttora specifiche caratteristiche cinesi e il modello statale resta ancorato, anche nei discorsi degli attuali dirigenti, al principio di governo dell`uomo, fondato sulla morale. L`occidentalizzazione, che in Cina è avvenuta con il comunismo e, dopo Mao, con l`apertura al mercato, non riesce ad intaccare la specificità della cultura sinica. In altre parole, continua a valere la massima fondamentale: ”studiando l`antico, si conosce il nuovo”.
    Qui si aprono alcuni interrogativi. In primo luogo, come interpretare il movimento anti-confuciano, che si è espresso in modo tanto virulento il 4 maggio 1919 e poi nella Rivoluzione culturale (1966-76)? Come una manifestazione del colonialismo culturale dell`Occidente (secondo la tradizione che risale a Babeuf e al rivoluzionario polacco Jan Waclav Makhaïski), oppure come un`espressione paradossale della  tradizionale ostilità nei confronti delle leggi, in apparenza rivolta contro Confucio, ma in realtà animata dall`anti-legalismo confuciano?  Secondo Moccia, il nichilismo giuridico-istituzionale delle Guardie Rosse, potrebbe essere visto come una degenerazione dell`ideale confuciano che invocava una società senza leggi (p. 200).
    Da un punto di vista più generale, sembra che le polarità rivoluzione-reazione e democrazia-autocrazia siano difficilmente applicabili al mondo sinico. Il confucianesimo è stato considerato  come uno strumento d`oppressione, di paternalismo e di capillare controllo gerarchico, ma nello stesso tempo  contiene un principio di democrazia perché legittima la destituzione di un imperatore indegno, attraverso la revoca del mandato celeste. Analogamente il legismo sostiene l`uguaglianza di tutti davanti alla legge senza distinzioni, ma, dato che la legge non è altro che la volontà del sovrano, è un`espressione del  famigerato ”dispotismo asiatico”.
     Un`altra perplessità riguarda il confronto tra la mentalità occidentale e quella cinese. Moccia condivide l`opinione molto diffusa, secondo cui la prima avrebbe elaborato un pensiero filosofico basato sull`esperienza del conflitto, mentre la seconda sarebbe stata condizionata da una concezione del mondo armonica e conciliante. Ora, lo studio della storia politica e culturale della Cina, porta piuttosto a sospettare che la ricerca del compromesso e della via di mezzo nasca non da un irenismo e un ”buonismo” intrinseco a questa civiltà, ma dal tentativo di porre un argine alla violenza e all`asprezza delle lotte intestine. Connessa con questo problema è la questione tanto dibattuta negli ultimi anni dell`assoluta alterità del mondo cinese rispetto al nostro: sembra tuttavia difficile negare che il confucianesimo presenti strette affinità con lo stoicismo, sottolineate non a caso dai gesuiti che furono i fondatori della sinologia. A me sembra che la vera differenza stia piuttosto da ricercarsi nel diverso atteggiamento nei confronti del nuovo: mentre la storia intellettuale cinese sembra procedere secondo una spirale, nella quale ritornano costantemente le problematiche apparse nell`antichità, in Occidente è prevalso il pregiudizio secondo cui il nuovo sia per definizione migliore del vecchio.


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