LA PURA IGNORANZA RELIGIOSA

Testo comparso im ”Rolling Stone” n. 79, Maggio 2010

    La pretesa ”farsi dei di sé stessi” è un`ennesima manifestazione della pura ignoranza religiosa su cui è uscito qualche mese fa l``eccellente volume di Olivier Roy La santa ignoranza. Il tempo della religione senza cultura, Milano, Feltrinelli, 2009. Questo libro  costituisce una lettura obbligata non solo per coloro i cui interessi rientrano nel campo dello studio delle religioni, ma per quanti hanno ancora la voglia, il tempo e l`onestà di cercare di comprendere quanto accade nell`epoca in cui vivono. Infatti, la documentazione estremamente vasta su cui si fonda riguarda moltissimi aspetti poco conosciuti del presente e del passato in cui la dimensione religiosa s`incrocia su quella profana, con conseguenze che riguardano la vita dei singoli e delle comunità, nonché le dinamiche economiche, sociali, sessuali e demografiche.  
    Il punto di partenza del suo discorso riguarda il rapporto tra religione e cultura. Formulata in termini estremamente riduttivi, la sua tesi si può concentrare in un assunto generalissimo: alla  base delle religioni storiche c`è sempre stato un rapporto essenziale tra religione e cultura. Questo rapporto viene meno nelle numerosissime e non di rado stravaganti sottoculture religiose che prescindono da ogni conoscenza e possono perciò fare proseliti ovunque. In queste il religioso si esibisce come tale e rifiuta ogni altro sistema simbolico. Tale pretesa è connessa con la globalizzazione e con la deterritorializzazione che essa implica: le sottoculture assumono perciò una coloritura fondamentalistica, la quale è la forma che meglio si confà alla mondializzazione e allo spazio omogeneo e indifferenziato aperto da Internet.
    Ora si capisce molto bene che cosa Roy intende per religioni culturali, nonché sul fatto che moltissime produzioni culturali e campi del sapere, che si sono presentati nella modernità come ”laici”, sono stati delle trasposizioni in termini mondani di esperienze che erano originariamente religiose: il caso dell`estetica, intesa come disciplina filosofica nata nel Settecento, è sotto questo aspetto esemplare. Invece non è chiaro cosa egli intenda per cultura, nozione che nella sua separazione dalla religione appare solo raramente nel suo testo: talora essa è definita come  ”l`entre-deux, la gradazione, l`ambiguo”, altre volte addirittura come la trasgressione, il margine, la vita privata o l`opposizione alla politica. In altre parole, ciò induce a pensare che per Roy non esista una cultura che non sia stata religiosa. Fatto sta che l`origine di due grandi civiltà, quella greca e quella cinese, è puramente culturale e non religiosa: la prima ha un carattere essenzialmente poetico-letterario (i poemi omerici, la tragedia e la filosofia presocratica), la seconda un carattere etico-politico (delle quattro scuole che si sviluppano nel periodo degli Imperi combattenti tre non hanno niente che fare con la religione ed è dubbio che la quarta, il taoismo, abbia un carattere religioso nel senso occidentale del termine).
    Olivier Roy studia con esclusivo riferimento alla religione un fenomeno di carattere più generale che si presenta in ogni aspetto della vita attuale: al religioso puro (vale a dire privo di ogni riferimento culturale) si affiancano un didattico puro (l`insegnamento privo d``interesse nei confronti dello sviluppo   dell`energia intellettuale e delle capacità critiche dei docenti e dei discenti), un pornografico puro (una messa in scena di atti sessuali privati di ogni mediazione simbolica), un editoriale puro (una produzione senza alcuna strategia culturale), un politico puro (agitazione e propaganda senza l`ombra di una teoria),  un tecnologico puro (un interesse verso il funzionamento della tecnologia senza alcun riferimento alle sue conseguenze psicologiche e sociali) e così via. La purezza di ogni attività si misura dalla sua ripugnanza nei confronti di qualsiasi significato e nella esclusiva dedizione al profitto economico immediato. Paradossalmente esiste anche qualcosa che sembra una contraddizione in termini: il culturale puro (quando attività di promozione culturale sono messe in piedi ad esclusivo profitto degli organizzatori o per nascondere trasferimenti illegali di denaro).
    Entriamo così nel regno della pura ignoranza, nel quale tutto cospira a ottundere e a confondere le menti attraverso un continuo spostamento dell`attenzione del pubblico verso questioni secondarie  e irrilevanti oppure tali da essere completamente estranee alla sua competenza. La responsabilità di questa situazione ricade in larga parte sulle istituzioni e gli enti il cui compito è quello di trasmettere il sapere, le quali sono colte da un quarantennio da una specie di accecamento autodistruttivo, da una pulsione di morte che ha un nome dotato di una potenza magica: aggiornamento. Per restare nell`ambito della questione religiosa, che costituisce l`argomento esclusivo del libro di Roy, desta meraviglia che non si parli mai dell`unica grande occasione perduta dalle religioni storiche all`inizio del nuovo Millennio: la lotta contro la guerra. Come spiegare che  intere nazioni come l`italia, la quale ospita la sede del cattolicesimo, tradizionalmente pacifiste, siano diventate belliciste?
    C`è tuttavia una questione decisiva che resta senza risposta. Se le pseudoreligioni riescono ad avere un così grande successo, è perché esse soddisfano bisogni che le religioni tradizionali non riescono più ad appagare: questi sono di natura esistenziale, più che culturale o economica. Roy discute ampiamente due teorie: quella dell`acculturazione come dominio (rappresentata dai Cultural Studies e portata alle estreme conseguenze da Pierre Bourdieu) e quella del mercato del religioso (che si basa sulla completa separazione tra marqueur religioso e marqueur culturale). La sua preferenza va nettamente alla seconda, che tuttavia non fornisce alcuna risposta alla domanda fondamentale: perché le religioni storiche non riescono più a soddisfare i bisogni spirituali di milioni di persone, le quali se ne allontanano a favore delle sotto-culture? In altre parole, è probabile che questa situazione non dipenda soltanto dalla globalizzazione, dalla mercantilizzazione e da un istupidimento collettivo universale. È dall`interno stesso delle religioni storiche che c`è qualcosa che non va: il mimetismo strategico, la rivalità mimetica col mondo dello spettacolo, della comunicazione e del consumo le corrode dall`interno, facendo perdere loro ogni credibilità. Così religioni che, come il cattolicesimo, non sono mai state fondamentaliste, ma piuttosto lassiste, lo diventano per stare al passo con i predicatori evangelici e con l`Islam radicale. Colpisce infine nel libro di Roy l`assenza di ogni riferimento al sentimento religioso che è qualcosa di molto differente dall`ortodossia e dall`ortoprassi, dalle credenze e dalle prediche. Se le religioni storiche vogliono avere ancora uno spazio socio-culturale, è su un altro terreno che devono muoversi: quello appunto dei riti senza miti e dell`estetica, che rappresentano appunto il massimo di una availability for export. Occore aggiungere che il sentire rituale è qualcosa di opposto alla messa in scena spettacolare dei mass-media oppure all`ingerenza in territori di cui si ignorano le logiche e i codici.
                   
    

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