BIBLIOCLASTIA 1

Dai roghi cinesi del 213 a.C. all`attuale misologia italiana

Dove si bruciano i libri, si finisce anche per bruciare gli esseri umani
                                      
Heinrich Heine, Almansor (1821)


La distruzione delle biblioteche è un evento che si è ripetuto spesso negli ultimi due millenni per ragioni molto differenti. I casi più recenti sono stati gli incendi dell`Egyptian Scientific Institute del Cairo il 17 dicembre 2011 e quello dell`Ahmed Baba Institute di Timbuktu il 28 gennaio 2013. Sebbene in Occidente non siano accaduti recentemente eventi simili, nel corso degli ultimi decenni si è sviluppata un`attitudine misologica, che si è manifestata sotto altri aspetti, meno clamorosi, ma più inquietanti di biblioclastia.
Sebbene l`ostilità nei confronti della cultura non sia un fatto del tutto nuovo nella storia della civiltà occidentale, essa non è mai stata una questione di primaria importan- za. Fino a tempi molto recenti si è trattato di opporre un certo orientamento culturale ad un altro: per esempio, un conflitto ricorrente nei secoli ha riguardato, all`epoca della patristica e poi della Riforma protestante, l`assunzione dell`eredità del sapere classico, oppure il rapporto tra fede e ragione o, negli ultimi due secoli la contrapposizione tra le ideologie di sinistra e quelle di destra... La distruzione della biblioteca di Alessandria è ancora oggetto di una controversia tra gli storici, il sacco di Roma del 410 d.C. da parte dei Visigoti fu moderato dallo stesso Alarico, quello del 1527 ha le sue origini nel retroterra culturale della Riforma. Gli anarco-sindacalisti dell`inizio del Novecento scrivono saggi e libri, perfino il nazismo pretese di avere una cultura! Nella dissoluzio- ne dell`impero carolingio, gli imperatori romano-germanici continuano a proclamarsi diretti successori dell`Impero romano. Perfino nell`anno Mille, considerato come il punto più basso della civiltà occidentale, le testimonianze dell`epoca mostrano che non è venuta meno la fiducia nel progresso spirituale del mondo.
Per trovare qualcosa di simile all`odio verso la cultura, che si è diffuso in Occidente negli ultimi quarant`anni, bisogna guardare ad Oriente e in particolar modo alla
Cina, dove da duemilacinquecento anni lo statuto sociale, politico, culturale, simbolico ed economico dei funzionari-letterati ha subito, a seconda degli orientamenti degli imperatori, cambiamenti così estremi da non trovare riscontro in nessun`altra civiltà. Talora essi hanno goduto di un potere, di un prestigio sociale e di un tenore di vita altissimi, in altri casi sono stati trucidati in massa. Si potrebbe addirittura affermare che la questione della cultura è una problematica cinese per eccellenza, perché là ha raggiunto, più di due millenni fa, il massimo grado possibile di conflittualità, trovando tra le due soluzioni estreme (da un lato la distruzione dei libri e la condanna a morte del letterato, dall`altro il sistema degli esami imperiali e la massima elevazione politico-burocratica del sapere) una quantità di soluzioni intermedie.
L`evento-matrice fu il rogo dei libri del Primo Imperatore. Qin Shi Huang: nel 213 a.C. furono bruciati non solo i libri, ma anche i dotti, che non accettavano di bruciare i libri. La questione estetica e quella politica furono perciò per tutta la durata dell`impero cinese così aggrovigliate tra loro come mai era avvenuto in nessun`altra civiltà. Talora imperatori, appena giunti al potere, facevano strage di letterati; altre volte una delle primissime leggi emanate suonava in questi termini: «funzionari e letterati non devono essere giustiziati»! Ci fu perfino un imperatore, Cao Pi, pressappoco contemporaneo dell`imperatore romano Marco Aurelio, il quale aveva affermato in un suo Discorso sulla letteratura, che la breve durata degli onori e dei piaceri non si poteva paragonare con l`infinità della letteratura! Il dualismo interiore del letterato funzionario si manifesta in modo evidente in una poesia di Ruan Ji (210-63), un grande signore e politico astuto, che così suona: «Fra le nubi mi vorrei celare / dove nessuna rete mi possa catturare. / Perché passare il tempo fra uomini meschini / e stringere loro le mani e con loro brindare?».
Per capire la situazione attuale occorre tener presente queste due differenti tradi- zioni millenarie, quella occidentale e quella cinese, le cui storie dalla fine dell`Otto- cento si sono intrecciate in modo assai complesso. La modernizzazione della Cina non ha seguito la via aperta dal Giappone col Rinnovamento Meiji (1868), ispiratasi in massima parte al modello tedesco e a quello inglese: il risultato della modernizza- zione giapponese fu la creazione di una democrazia borghese, nella quale la maggior parte della popolazione appartiene alla classe media. In Cina invece fu determinante il movimento del 4 maggio 1919, il cui slogan fu: «Abbasso la bottega di Confucio». Seguì la guerra civile, in cui il confucianesimo fu adottato da Kuomintang e dal suo capo Chiang Kai-shek. All`opposto Mao era ostile al confucianesimo, cui rimprovera- va di avere imprigionato la Cina nella gabbia dell`oppressione feudale e si considerava seguace di una delle altre tendenze politiche cinesi, il legismo, paragonandosi a Qin Shi Huang, il primo imperatore che unificò la Cina nel 221 a.C.
L`anticonfucianesimo si manifestò con estrema virulenza nella cosiddetta Grande rivoluzione culturale proletaria promossa da Mao dal 1966. Questi, per il timore di venire estromesso dal potere dalla corrente riformista interna al Partito Comunista Cinese, aveva trovato nel movimento studentesco delle Guardie Rosse una spinta propulsiva di immane potenza. All`insegna del motto «distruggere l`antico e incoraggiare il nuovo» (che è l`opposto del principio confuciano ON KO CI SHIN, vale a dire «studiando l`antico, si conosce il nuovo»), la Rivoluzione culturale si propose di «eliminare i quattro vecchiumi»: le vecchie idee, la vecchia cultura, i vecchi costumi e le vecchie abitudini. La conseguenza fu lo scatenarsi del cosiddetto `terrore rosso` (agosto-settembre 1966): i beni delle famiglie di origine borghese, degli insegnanti e degli uomini d`affari furono confiscati, le loro case saccheggiate, migliaia di luoghi d`interesse storico distrutti, una gran parte delle biblioteche abbandonate, sette milioni di libri scomparvero, i supposti «nemici della classe operaia» furono sottoposti a vessazioni d`ogni genere. Gli intellettuali considerati come «la nona categoria puzzolente» o «demoni dalla testa di bue e dal corpo di serpenti» furono nel migliore dei casi obbligati a pulire le latrine; centinaia di migliaia di famiglie in tutta la Cina vennero cacciate dalle loro case urbane e mandate in campagna. Il tempio di Confucio, che sorge sul luogo della sua casa natale a Qufu nella provincia dello Shandong, fu parzialmente devastato da un gruppo di duecento studenti giunti espressamente da Pechino, i quali riuscirono a distruggere più di seimila oggetti considerati di incalcolabile valore (tra cui 2700 libri e novecento pitture). Il risultato fu il caos generale che raggiunse il suo culmine nell`anno seguente: a Shanghai, dove combattendo tra loro decine di bande di guardie rosse, si giunse al collasso totale di ogni autorità. A questo punto lo stesso Mao fu costretto a riportare l`ordine, ricorrendo all`Esercito Popolare di Liberazione: nel 1968 quattro milioni di studenti (in gran parte Guardie Rosse) furono a loro volta inviate in campagna per rieducarsi per mezzo del lavoro dei campi. Ancora una volta «la rivoluzione è come Saturno, essa divora i suoi propri figli», come scrive Georg Büchner nel dramma La morte di Danton (1835).
Certamente per fortuna nulla di così terribile è avvenuto in italia dal Sessantotto ad oggi. Tuttavia l`odio verso la cultura, gli intellettuali e il sapere, che ha portato in Cina ad eventi così traumatici (e in modo molto più radicale e demenziale in Cambogia sotto il governo degli Khmer Rossi tra il 1975 e il 1979), è nato anche in italia negli stessi anni della Rivoluzione culturale cinese e nel corso di più di quarant`anni ha messo radici in modo soft, ma epidemico, trovando in tutti i governi un terreno molto fertile, fino a manifestarsi senza più ritegno nel corso degli ultimi anni. In altre parole, in italia non ci fu bisogno di una politica anticulturale esplicita, anche perché coloro che avrebbero dovuto promuoverla non erano minimamente in grado di formularla: ve la immaginate una campagna politica contro Socrate? Ma la maggior parte degli italiani non sa nemmeno chi fu Socrate: e quanti parlamentari, alti dirigenti e manager lo sanno? Certamente quelli che hanno fatto i licei (e il liceo classico in particolare) ne hanno sentito parlare, ma forse non molto di più. Si par- va licet componere magnis, la questione degli intellettuali si trascina in Cina da due millenni e mezzo, come un problema di enorme rilevanza politica, mentre in italia (con buona pace di Gramsci) è in fondo un argomento nuovo: anzi non è nemmeno un argomento, ma è l`aria di un`operetta, che quasi tutti hanno cominciato a cantare per sembrare moderni, anzi postmoderni, per `far gli americani`, o per fare i cinesi, o più semplicemente perché risvegliava l`avversione oscurantista, profondamente radicata nell`italico sentire, nei confronti della `classe dei colti`. Tuttavia dire `classe` è ancora troppo, perché implicherebbe una qualche conoscenza del marxismo e della sociologia, almeno per sentito dire. Gli ultimi decenni hanno liberato l`ignoranza degli italiani da ogni cattiva coscienza, da ogni colpa, da ogni vergogna, portando a termine un processo iniziato nel Sessantotto. Per dirla nel modo più chiaro possibile e facilmente accessibile anche ai `soggetti` più rustici, che magari per qualche tempo hanno anche studiato la filosofia, questi possono finalmente esclamare: «Le persone istruite ci sono sempre state sul cazzo, ma prima non potevamo dirlo senza fare una brutta figura; ora invece siamo stati emancipati da questo complesso (no! questa parola ancora troppo colta e inoltre di difficile spiegazione anche per gli studiosi di psicoanalisi!) che ci ha fatto uscire da questa prigione in cui manca l`aria». E qualcuno un po` più acculturato può anche aggiungere: «Chiamare gli ignoranti e gli analfabeti con questi nomi non è politicamente corretto. D`ora in poi si chiameranno diversa- mente colti e distinti, e non devono essere soggetti a nessuna discriminazione». Ma un altro più furbo (per esempio, uno spin doctor che ha studiato alla Facoltà di comunicazioni e fa parte di qualche think tank, vale da dire `serbatoio di pensiero`) potrebbe osservare: «No, noi in quanto ignoranti e analfabeti più o meno di ritorno, non siamo una minoranza da tutelare o un gruppo di emarginati, o una collettività che ha subito un danno, e che quindi può avviare una class action, cioè un ricorso collettivo che valga per tutti coloro che si troveranno nella nostra situazione, al fine di ottenere un indennizzo morale o finanziario, per il semplice fatto che siamo la maggioranza! Siamo davvero così stupidi da avviare una class action contro noi stessi? Queste sono cose da lasciare in mano ai professori, ai giornalisti, ai magistrati, alle donne che non vogliono o non possono far le puttane, agli immigrati, ai marginali, alle persone della buona borghesia istruita, ai giovani che ancora credono che sapere è potere (perché tanto i vecchi, se non sono completamente rimbecilliti, sanno benissimo come stan- no le cose)... Noi siamo la nuova classe dirigente in presa diretta col popolo e col capitalismo neo-liberale. Tuttavia questa faccenda va trattata con i guanti. Noi non siamo cinesi e perciò di Socrate e di Confucio e di tutto il culturame (attenzione, questa parola è detta in camera caritatis, cioè non pubblicamente) ce ne freghiamo: però dobbiamo dire che siamo a favore della cultura, della ricerca, dell`innovazione, dell`inglese, di internet, dell`impresa e di quanto ancora suoni alla moda, anche se di tutte queste cose non ce ne importa un fico, perché a farle sul serio, sono troppo care e complicate e lasciano uno spazio troppo ristretto per la corruzione. Le facciano gli americani, che legandole strettamente all`economia aziendale riescono a guadagnarci un sacco di soldi oppure i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che, essendo in ascesa ed avendo tassi di sviluppo notevoli, hanno bisogno di creare una borghesia relativamente istruita! Per noi la cultura è solo parassitaria: può giusto andar bene per qualche figlia, figlio o nipote un po` svitato per evitare che faccia qual- che stronzata, oppure per qualche politico da giubilare ma, al di fuori di questi casi strettamente individuali, sia chiaro che tutto quello che diciamo o anche legiferiamo su questo argomento, ha l`unico scopo di accrescere la confusione e il marasma. Mi raccomando poi di non cadere nella trappola di sostenere sul serio i cosiddetti `intellettuali di destra`, perché questi sono molto più pretenziosi di quelli di sinistra, i quali un po` per partito preso pauperistico, un po` per demagogia si autodefiniscono `operai della conoscenza` e quindi non hanno più tante ambizioni: basta che fate far loro qualche comparsata gratuita in televisione e pensano subito di essere dei divi e di spezzare il cuore di qualche ragazza, come se le nostre ragazze di oggi avessero un cuore! Se poi sono veramente accro (segnatevi questa parola francese perché nessuno la capisce e quindi fa un certo effetto), voglio dire sono proprio accaniti, come quel tale Saviano o Saviani che dir si voglia, basta che lo inseriate in uno show ricreativo di puro intrattenimento per neutralizzarlo completamente. Lui vuol fare il tragico, ma se lo mettete insieme ai comici, chi sia si accorgerà della differenza? E poi in italia la tragedia non ha mai avuto fortuna: sì certo, c`è stato qualche piemontese tragico come Alfieri e Pareyson, ma chi li legge? E i film di Marco Ferreri chi li vede? Servono per fare delle tesi di laurea. Quindi nessuna fatwā contro i Saviani, tanto meno attentati o cose che fanno casino: non dimenticate che spacciandoci per liberisti (mentre è ovvio che siamo monopolisti) dobbiamo anche mostrare di essere liberali e magnanimi. Mica siamo come i russi o i cinesi, che perseguitano i dissidenti! Tanto alla fine quello che dicono o scrivono non ha alcuna effettualità politica e il popolo bue lo si conquista nella campagna elettorale abbassando o eliminando qualche tassa o odioso balzello, oppure lo si compra con ottanta euro. Quanto alle mafie e organizzazioni criminali, colpire con grande risonanza mediatica quelle in declino, e sostenere in forma discreta e occulta quelle in ascesa. Si sa che da sempre le guerre si fanno con i soldati che si hanno e si ha più difficoltà a convivere con quelli della propria fazione che con coloro che ci sono o si dichiarano nostri nemici. Insomma, coraggio! Non ponete limiti alla Provvidenza, la quale con la cultura ha sempre avuto poco che fare, perché promette la vita eterna nell`aldilà, ma non si occupa di che cosa penseranno le generazioni future, ammesso e non concesso che siano ancora in grado di pensare dopo i nostri governi!».



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