L'OTTO VOLANTE

 

Il periodo compreso tra il Sessantotto e il Settantasette, negli ultimi anni del quale si pone la mia frequenza di Elvio Fachinelli, è attraversato da una contraddizione di fondo tra la dimensione vitalistica dell’esperienza e l’orientamento strutturalistico della teoria (in termini lacaniani, si potrebbe forse dire tra il simbolico e l’immaginario).  Mentre l’innovazione teorica è segnata dalla critica del soggetto, dal rifiuto dell’umanismo, dalla riflessione sulla coazione a ripetere, la vita si attarda in un ingenuo spontaneismo, si culla in tutte le illusioni dell’“anima bella”, si inebria nel culto del novum.  In altre parole, mentre il pensiero sta sotto il segno della differenza e della ripetizione, l’esperienza resta condizionata dalle categorie soggettivistiche e vitalistiche.

Si è tentati di considerare questa contraddizione come l’eterna vicenda della lotta tra la vita e la forma, di cui il sociologo tedesco Georg Simmel ha dato all’inizio del secolo la più ampia e drammatica trattazione: a suo avviso, il conflitto del mondo moderno è appunto quello che oppone da un lato le forme, siano esse opere d’arte o costituzioni politiche, sistemi organizzativi o strutture sociali, e dall’altro la vita che le ha prodotte, ma che si è subito allontanata da esse e che le sente perciò come qualcosa di rigido e di estraneo perché non le riconosce come un suo prodotto.

Mi sembra che Elvio Fachinelli si è mosso all’interno di questo conflitto, dal quale tante esistenze sono state tragicamente schiacciate, con un certo distacco e ironia che gli hanno consentito di operare attivamente tra i due termini dell’opposizione senza esserne vittima.

La mia frequenza di Elvio, che era cominciata nel ’76 con la pubblicazione del mio articolo La differenza italiana nell’Erba Voglio, finisce nel luglio dell’anno successivo.  Ma in questo periodo è abbastanza intensa perché entrambi siamo coinvolti con una decina di compagni nel progetto di una nuova rivista, che avrebbe dovuto costituire il proseguimento dell’Erba voglio e il cui titolo provvisorio era l’Otto volante.

Ricordo le riunioni che si tennero quasi mensilmente tra la fine del ’76 e il luglio del ’77 in varie località come molto animate e ricche di discussioni: la causa della “vita” e quella della “forma” si confrontavano con energia, senza che tuttavia fosse possibile determinare con precisione chi era “amico della vita” e chi “amico della forma”.  Infatti la causa della “vita” si appoggiava sulle forme che essa aveva prodotto nella vicenda quasi decennale della contro-cultura e della contestazione, mentre la causa della “forma” si presentava con l’energia e l’irruenza di una nuova prospettiva irriducibile a esperienze passate.

Certo, la “vita” voleva andare al di là di tutto ciò che aveva proposto e fatto fino ad allora: ma non al punto di negare se stessa in un’obiettività indipendente e separata.   Essa voleva più vita, ma non più-che-vita: anzi essa buttava a mare anche la cultura, il sapere e in linea generale la conoscenza, in nome del fatto, del reale, del semplice dato.

Quanto alla “forma” per quanto appassionata fosse la sua irruzione, proponeva l’ingresso in un tipo di sentire troppo perturbante e inorganico per poter essere compreso e recepito.

Finalmente dopo tanto dibattere ci trovammo a Ronciglione, nel luglio del ’77, e fummo tutti concordi nel delineare caratteristiche e prospettive della nuova impresa, che avrebbe dovuto realizzarsi nell’autunno successivo.  Questa riunione fu l’ultima; il gruppo si sciolse spontaneamente; non ci cercammo più.  Non rividi più Fachinelli per motivi culturali (alcuni anni dopo, lo incontrai per caso davanti al Pantheon a Roma).

http://www.journal-psychoanalysis.eu/lotto-volante/

[NdR: il presente saggio è apparso precedentemente in Conci M., Marchioro F. (cur.) (1998) Intorno al ’68. Un’antologia di scritti(Bolsena (VT): Massari). A riguardo, si ringraziano Ivelise Perniola e Roberto Massari per averne concesso la riproduzione.]

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