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Mario Perniola
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Mario Perniola
Verso un'estetica generale.
L'attività della cattedra di estetica: 1983-2008

    Desidero innanzitutto ringraziare il Preside, professor Franco Salvatori,  per l'invito a prendere la parola, oggi, in un momento  particolarmente solenne della vita della facoltà. E' un'attenzione di cui gli sono molto grato, in quanto è un generoso riconoscimento per il lavoro che ho svolto in quasi venticinque anni di attività in questa facoltà.
    Tuttavia non posso nascondere che questo invito mi anche causato un certo turbamento, perché mi ha posto dinanzi ad un'evidenza di cui non si è sempre pienamente consapevoli:  nella vita degli individui come nella vita delle collettività, è sempre più tardi di quello che si crede. L'essenziale è che non sia troppo tardi per dire e per fare quello che si ritiene il più importante. Non mi potrei mai perdonare di avere omesso di dire e di fare qualcosa di importante per l'avvenire della nostra facoltà e per la trasmissione delle nostre conoscenze alle nuove generazioni.
    Se la salute, la fortuna e la provvidenza mi aiuteranno, potrò restare in questa università ancora quasi dieci anni: mi trovo ad aver percorso un po' meno di tre quarti di tutta la mia presumibile attività all'Università di Roma  "Tor Vergata". Nel complesso, sono molto contento e riconoscente per quanto l'università, e nel caso specifico la facoltà, mi ha dato: quand'ero studente, un ragazzo della provincia piemontese senza appoggi sociali emarginato dalla classe dirigente e lettore appassionato di  poeti e scrittori infelici come Dino Campana, Carlo Michelstaedter e Arthur Rimbaud,  non avrei mai sperato tanto: di coprire un posto di professore di prima fascia per un periodo così lungo in un'università della capitale, di essere direttore di un dipartimento per sei anni, presidente di un corso di laurea per tre anni e addirittura membro del senato accademico. Ma soprattutto ciò che mi rallegra è di essere stato accompagnato in tutti questi venticinque anni dalla stima e dall'affetto dei colleghi, degli studenti e del personale amministrativo. Fortunatamente, il puro homo academicus (vale a dire,  il personaggio esclusivamente e interamente istituzionale) esiste solo nell'immaginazione dei sociologi: inoltre se questa figura è esistita nel passato, essa sicuramente non è quella adatta all'università attuale, che da decenni ha cercato di aprirsi ai  bisogni e alle richieste della società e di confrontarsi con una realtà in rapidissimo e tumultuoso cambiamento.     
    C'è riuscita o non c'è riuscita? In parte sì, in parte no. Il processo è in corso. L'essenziale è da un lato non cullarsi nelle utopie, dall'altro non farsi prendere dallo scoraggiamento. Molto è stato fatto; molto resta ancora da fare. Il motto in cui mi sono sempre riconosciuto è  "né utopia, né nostalgia".
    Il titolo del mio intervento suona Verso un'estetica generale. L'attività della cattedra di estetica: 1983-2008. Originariamente il titolo si limitava all'ultima parte: il Preside lo ha trovato un po' insipido e troppo riduttivo.  Perciò è stato declassato a sottotitolo, premettendo  l'espressione   Verso un'estetica generale. In effetti, questo nuovo titolo sintetizza tutta la mia attività scientifica e didattica, la quale è stata orientata verso un'estensione delle categorie estetiche ben oltre l'ambito del bello e dell'arte e della conoscenza sensibile. Fin da quand'ero studente, il mio lavoro, infatti è stato largamente dipendente dallo studio della storia, della geografia, della letteratura, della filologia, del diritto e delle scienze umane.   
      Pur essendo profondamente influenzato nella mia formazione dalla Riforma, non ho mai condiviso il rigorismo ascetico di parte della mia famiglia, né l'austero cripto-giansenismo del mio maestro Luigi Pareyson, né l'aniconismo radicale di alcune persone che mi sono state e che mi sono molto prossime. Come sapete, i teologi protestanti sono stati in passato tendenzialmente ostili all'estetica. Penso invece che un po' di estetica aiuti a vivere meglio. Qualche mese fa ho ricevuto un invito a una festa in cui c'era scritto in inglese  Dress code : smart ad unwound  e in francese Tenue exigée: chic et decontractée. Mi sono piaciute le parole smart e decontracté. Siamo in una facoltà di lettere: quindi un po di filologia non guasta.  Smart non vuol dire rilassato o senza energia: la sua etimologia viene dal latino mordeo, in greco antico smerdaléos vuol dire terribile. Smart è meglio di chic che viene dal tedesco Schick (rimanda all'idea dell'adeguarsi a qualcosa che si impone: Schiksal  vuol dire destino). Del resto l'estetica intesa come stile di vita è  qualcosa che noi italiani, eredi del Rinascimento, dovremmo capire bene; purtroppo non è più così. Infatti l'aggettivo decontracté rimanda all'idea tipicamente italiana di sprezzatura (Castiglione).
    Ritorno al sottotitolo: la cattedra di estetica. Perché ho mantenuto la parola "cattedra", che a molti non piace e che è stata abolita come espressione ufficiale dalla legislazione universitaria nel 1992?  La parola cathedra sembra rimandare al principio di autorità: si dice infatti "cattedra papale", "cattedra episcopale",  e ancora  "parlare ex cathedra" In realtà questa parola ha un'etimologia molto più modesta. Viene dal greco kathédra (sedia o base di una colonna): è usata dallo storico antico  Polibio nel senso di "posto dei rematori di una nave".  
    Ho evidenziato questa parola, non per amore di Polibio (nei confronti del quale ho sempre avuto peraltro il massimo rispetto e anche una certa invidia, perché a 82 anni andava ancora a cavallo), ma innanzitutto per sottolineare il carattere collettivo dell'attività svolta:  tutto ciò che ho fatto non sarebbe stato possibile senza l'aiuto di tanti colleghi (tra i quali voglio ricordare coloro che sono scomparsi prematuramente, il mio amico e collega professore di estetica alla Terza Università di Roma, Gianni Carchia, e  due studiosi  di cui la Facoltà ha  avuto modo di apprezzare le altissime qualità scientifiche ed umane, Guido Frongia e Roberto Pretagostini).
    Nulla avrei potuto fare senza l'aiuto generoso e costante del  personale amministrativo della Facoltà, del Dipartimento di Ricerche Filosofiche, del dottor Federico De Donato, dei dottorandi, degli studenti e semplicemente dei simpatizzanti.  Con la parola "cattedra" ho voluto richiamare l'importanza fondamentale dell'auxilium,  della collaborazione,  della cooperazione,  della condivisione di compiti e  della fiducia reciproca,  tutti requisiti indispensabili alla riuscita di opere collettive, come le  tre pubblicazioni periodiche che ho fondato e diretto negli ultimi venticinque anni: "Clinamen" (rivista del Dipartimento di Ricerche Filosofiche, uscita in cinque numeri dal 1988 al 1992), "Estetica News" (uscita in 24 numeri dal 1988 al 1995) e "Ágalma. Rivista di studi culturali e di estetica" (uscita in 16 numeri dal 2000 ad oggi). Vedi: http://www.agalmaweb.org/
     Inoltre la parola "cattedra" resta un termine difficilmente sostituibile, non solo per ragioni etimologiche. Essa infatti costituisce un luogo di aggregazione impersonale, simile alla bottega artigianale del Medioevo: del resto l'universitas  non ha alcun collegamento con l'universo o con l'universalità del sapere, ma indica solo un'associazione di persone che fanno lo stesso mestiere in condizioni relativamente libere (non importa se  barbieri, carpentieri, pittori o professori). L'attività di una cattedra non si identifica con quella del maestro: l'apprendistato di un mestiere (e a maggior ragione di una professione) è un lungo cammino che non si esaurisce in un singolo corso di lezioni, ma   richiede molti anni di lavoro, di prove,  di ricerche e di esperienze condivise con i compagni. Ciò è ancor più vero per i saperi in via di formazione che riguardano fenomeni  in rapido mutamento,  nei quali l'aspetto teorico, quello tecnico e quello economico  sono strettamente connessi: penso alle scienze della comunicazione, dell'arte contemporanea, del turismo, della moda… Non a caso chi opera in Internet si riconosce oggi nella figura di un "artigiano della conoscenza", soggetto ad una valutazione articolata sui concetti di reputazione e di pertinenza.
    Tutto ciò mostra che il rapporto tra "insegnamento umanistico e ricerca" è una macchina molto delicata e complessa, in cui l'insegnamento, la pubblicazione dei risultati della ricerca, la visita di docenti stranieri, la creazione di legami che consentano agli studenti di recarsi all'estero, la cooperazione con le università straniere,  i seminari, i convegni, i rapporti con gli editori, la diffusione e la promozione dei nostri prodotti si incastrano e di sostengono reciprocamente; una macchina molto delicata e complessa che è possibile far funzionare, perché molti di noi considerano il lavoro intellettuale come una vocazione, una chiamata che dà senso alla loro vita.  Molti di coloro che fanno funzionare questa macchina non sono organici all'università e molto spesso nemmeno desiderano di avere un posto all'università, ma si prestano benevolmente, volontariamente e gratuitamente a fare traduzioni, ad accompagnare i docenti stranieri, ad organizzare incontri, ad offrire cene nelle loro case, o anche a venire ad ascoltare qualche professore visitatore che vuole tenere un seminario di tre ore per ogni giorno della sua permanenza presso la nostra università (raro, ma non unico esempio di stacanovismo didattico, fonte anche di molti problemi logistici, a causa della carenza di aule libere  e delle difficoltà di trasporto).
    In altre parole l'università non può fare a meno dell'esistenza di una socialità culturale più vasta che costituisce il vero retroterra che rende realizzabili e fruttuose  tali iniziative. Per esempio, è possibile avere contributi di pensatori stranieri molto importanti senza alcun compenso monetario, solo se si  stabiliscono relazioni di amicizia e di affinità. La nostra facoltà ha ospitato nei suoi primi venticinque anni, per iniziativa della cattedra di estetica, studiosi d'impatto globale come  gli storici Hayden White, Jean-Pierre Vernant, Charles Malamoud, Nicole Loreaux, Françoise Frontisi, il poeta Michel Deguy, i sociologi  Jean Baudrillard, Luc Boltanski, Nathalie Heinich, Michel Maffesoli,  il filosofo della scienza Bruno Latour, gli storici dell'arte Atsushi Okada,    Christine Buci-Glucksmann e Carsten Juhl, il sinologo Jean Levi, l'estetologo giapponese Ken-Ichi Sasaki, l'etnomusicologo Shuhei Hosokawa, il maggior storico dell'estetica vivente Karlheinz Barck,  l'archeologo Maurice Olender, i filosofi  Hugh Silverman, Elena Cassin e Notoaki Shinohara, gli antropologi Giulia Sissa,  Marc Augé, Michael Herzfield, Roberto Motta, Christoph Wulf, Francesco Pellizzi, il semiologo Jorge Lozano, il teologo Elmar Salman, gli storici della letteratura Iain Chambers, William Marx, il politologo Dieter Lesage e molti altri,  usando di risorse economiche veramente risibili, talora ospitandoli a casa propria o a casa di amici. Pochi sanno che un controverso seminario è stato tenuto dal sociologo della religione iraniano Gholam-Abbas  Tavassoli, già rettore dell'Università di University of Isfahan e  direttore del dipartimento di sociologia dell'Università di Teheran, e che in un convegno sulla permanente attualità  del mondo antico è intervenuta  con una relazione anche Claudia Castellucci, la fondatrice del più importante gruppo teatrale dell'avanguardia italiana degli ultimi venti anni, la "Societas Raffaello Sanzio".  
     Oggi questa socialità, attraverso Internet, ha acquistato una dimensione planetaria, nei confronti della quale siamo tutti dilettanti. Infatti sappiamo da millenni come si fanno i libri, da duecento anni come si fanno le riviste, ma se dobbiamo agire in modo efficace in internet (non come consumatori passivi), è già un gran risultato il fatto di non commettere troppi errori.  Personalmente non vi nascondo che maledico ogni mattina chi ha inventato Internet, perché aumenta in modo esponenziale il lavoro e perché crea dipendenza. Tuttavia esso ci offre anche opportunità impensabili fino a qualche anno fa, che occorre  cogliere nel modo più fruttuoso.   
    I processi di globalizzazione delle conoscenze hanno innescato dinamiche  di valorizzazione e di svalorizzazione cambiando e talora sovvertendo le gerarchie di intere aree di ricerca.  Per esempio, se la ricerca scientifica in un certo ambito  viene svolta soltanto negli Stati Uniti e in Giappone, mentre nel resto del mondo il mercato richiede solo venditori, la constatazione di  tale fenomeno non dovrebbe essere privo di conseguenze. In altre parole, non si può  più  promuovere indistintamente  tutti i settori di ricerca:  occorre compiere delle scelte, mantenere e sviluppare i punti di forza, favorire le forze emergenti, valorizzare ciò che ha possibilità di affermazione mondiale, individuare il posto occupato dal singolo settore disciplinare nel contesto globale, incoraggiare ciò che ha possibilità di successo nel mercato del sapere e delle sue  utilizzazioni economiche.
      In linea generale, ho l'impressione che le discipline umanistiche abbiano  oggi in Italia  potenzialità di affermazione globale maggiori delle  cosiddette "scienze dure", le quali risentono delle conseguenze della  deindustrializzazione europea, della fuga dei giovani più dotati dalla ricerca scientifica (a causa delle condizioni materiali scadenti offerte), della durezza della competizione internazionale, nonché dell'enormità degli interessi in gioco. Ne consegue che nella determinazione dei criteri di valutazione dei  progetti e dei risultati,  un ruolo prioritario dovrebbe essere riconosciuto ai settori d'impatto globale, che sono anche quelli più socialmente produttivi. Questi settori in Italia sono prevalentemente quelli che fanno capo alle discipline umanistiche.
    Concludo riferendomi al titolo generale del mio intervento: verso un'estetica generale. Non si tratta infatti di proporre una generica interdisciplinarietà che il più delle volte apre la strada al confusionismo. La strategia teorica della nuova sintesi estetica consiste nel prendere sotto l'egida di un'economia dei beni simbolici  tutte le attitudini, i comportamenti, le azioni, in una parola tutti gli habitus guidati da quel "disinteresse interessato", che nel corso dei secoli ha costituito  l'aspetto essenziale dell'esperienza estetica.
    Sotto l'estetica vengono  così a trovarsi  non solo le arti, ma anche tutte quelle attività scientifiche, professionali, burocratiche e amministrative, che implicano per definizione libertà e autonomia rispetto all'economia  del profitto immediato e della negoziazione, e che sono dirette verso la formazione di un capitale culturale e simbolico non riducibile al capitale economico.  L'estetica finisce così col fornire i criteri  deontologici  dai quali è retto  l'esercizio di ogni attività intellettuale e sui quale si fonda la sua reputazione.
     A maggior ragione rientrano nell'estetica i rapporti   educativi,   che da sempre sono stati considerati come indipendenti da  contrattazioni esplicite e controllate,  ma anche come fonti di obbligazioni molto più impegnative e prolungate nel tempo.
Pubblicato in  Insegnamento umanistico e ricerca. Storia e cronaca della Facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di Roma "Tor Vergata", Roma, 2008.

BIBLIOGRAFIA
Girolamo Arnaldi (a cura di), Le origini dell'università, Bologna, Il Mulino, 1974.
AA.VV, Philosophies de l'université, Paris, Payot, 1979.
Pierre Bourdieu, Homo academicus, Paris, Minuit, 1984.
Jacques Derrida, L'université sans condition, Paris, Galilée, 2001.
Giuseppe Granieri, La società digitale,  Roma-Bari, Laterza, 2006.
Geert Lovink, Internet non è il paradiso. Reti sociali e critica della cibercultura, Milano, Apogeo, 2004.
Louis Menard (a cura di), The Future of Academic Freedom, Chicago & London, The University of Chicago Press, 1996.
Federico Tagliaferri, Instructions aux académiques, Rouen, Christophe Chomant, 2005.
 






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