Guy Debord II

UN`ESTETICA DELLA LOTTA - Non si reca un buon servigio a Debord considerandolo come un puro teorico: è facile ridimensionare la sua figura esaminando esclusivamente i suoi scritti dal punto di vista dell`originalità speculativa. Più della teoria infatti per lui conta la lotta: a suo avviso ”le teorie non sono fatte che per morire nella guerra del tempo: sono delle unità più o meno forti che bisogna impegnare al momento giusto nella lotta (...) ; le teorie debbono essere sostituite, perché le loro vittorie decisive, più ancora delle loro sconfitte parziali, determinano la loro usura ” (1978). Si comprende meglio il suo modo di essere inserendolo in una lunga tradizione che risale all`antico filosofo greco Eraclito, secondo la quale il bello non è armonia, ma conflitto. Il fulmine e il fuoco sono le metafore a cui ricorre questa concezione strategica ed energetica della bellezza, per la quale l`estetica non è legata all`esperienza della conciliazione (come per pitagora e per il neoplatonismo), ma a quella della guerra. Il bello viene considerato come un`arma, anzi come l`arma più forte. La dimensione estetica non è perciò alcunché di decorativo, di accessorio, di sovrastrutturale. Essa è strettamente connessa con l`effettuale, con la realtà, con quell`ambito che siamo abituati a considerare come pertinente alla politica. La concezione eraclitea, che resta sotterraneamente operante nel mondo romano attraverso lo stoicismo, si incontra con l`ideale estetico propugnato dalla retorica e dall`oratoria, per le quali l`efficacia pratica dell`arte della parola ha un valore essenziale. L`ambito del bello è così un campo di battaglia, in cui si vince o si perde: esso è il luogo della decisione e del risultato. ”Gli individui che non agiscono - dice Debord (1978) - vogliono credere che si possa scegliere in tutta libertà l`eccellenza di coloro che verrano a figurare in una lotta, così come il luogo e l`ora in cui sferrare un colpo imparabile e definitivo. Ma no: con ciò che si ha sotto mano, e secondo le non molte posizioni effettivamente attaccabili, ci si getta sull`una o sull`altra non appena si scorga un momento favorevole; se no, si sparisce senza aver fatto nulla”.
E` nel Seicento che questa concezione strategica del bello ha trovato il suo pieno sviluppo. La definizione del bello come acutezza, il paragone tra l`uomo di lettere e il guerriero, la mescolanza tra modelli estetici e modelli politici fanno del Barocco un punto di riferimento costante per Debord: in particolare la figura di Baltasar Gracián, colui che più di tutti ha saputo delineare nell`Oracolo manuale tutti gli aspetti del ”grande stile” sottraendolo ad ogni astratto classicismo e immergendolo nelle vicende e nelle contingenze storiche, merita attenzione e rispetto. Tuttavia ancor più di Gracián è il nemico di Richelieu e di Mazarino, il cardinale di Retz, ad occupare l`immaginazione di Debord. Nella lettera del 24 dicembre 1968 Debord mi scrive: ”Amo molto la citazione delle Memorie di Retz non soltanto perché essa tocca i temi dell` ”immaginazione al potere” e di ”prendete i vistri desideri per realtà”, ma anche perché c`è una certa divertente parentela tra la Fronda del 1648 e il maggio (del 1968): i due soli grandi movimenti a Parigi che siano scoppiati in risposta immediata a degli arresti: e tanto l`uno quanto l`altro con delle barricate”.
La tradizione sovversiva dentro cui Debord si iscrive è perciò più quella antico-barocca del tirannicidio che quella moderna delle rivoluzioni politico-sociali: il Sessantotto gli sembra simile alla Fronda, non alla Rivoluzione francese e tanto meno alla Rivoluzione russa. Paragonandolo al cardinale animatore della Fronda, c`è in Debord una pratica della verità, che appartiene al Retz scrittore, ma non certo al Retz uomo d`azione. Ovviamente è facile preservare la propria integrità nella solitudine o in una ristrettissima cerchia di amici: ben altra cosa è l`avere commercio con ogni genere d`uomini e lottare per il potere nel bel mezzo di una guerra civile nella quale tutti sanno che è in gioco la vita stessa! Il ”grande stile” delle Memorie di Retz consiste soprattutto nella distanza che egli ha nei confronti di se stesso, nella spregiudicata sincerità con cui espone le motivazioni più segrete delle sue azioni, anche quando essa nuoce alla sua reputazione, ma certamente non nelle vicende che egli racconta! Esso è, per così dire, un ”grande stile” post festum, non nel flagranza dell`agire: nell`ordire intrighi, congiure, tradimenti e complotti d`ogni genere, Retz non è diverso dai suoi nemici, e se i suoi piani non sono riusciti, il fallimento è avvenuto certamente contro la sua intenzione e il suo desiderio! Molto differente è il caso di Debord, nel quale l`estetica della lotta si configura, almeno a partire dalla fine degli anni Sessanta, come un`estetica della sconfitta, quasi che ogni successo cont11a un elemento di insopprimibile volgarità. La guerra è per lui il dominio non solo del pericolo, ma anche della delusione (1989,VI). Io ho sempre avuto un vago sentore dell` ”oscura malinconia” che, per suo espresso riconoscimento (1978), ha accompagnato la sua vita e ho visto a quali tragiche e inevitabili conseguenze porti questo attribuire al fallimento un`aureola di mesto splendore.
Ciò che Debord ha in comune col Retz scrittore è l`interrogativo su ciò che poteva essere e non è stato. Nelle Memorie di Retz molto spesso si parla di avvenimenti che stavano sul punto di accadere e non sono accaduti per motivi del tutto accidentali: secondo Retz, il giudizio eroico consiste proprio nel distinguere lo straordinario dall`impossibile, per puntare sul primo e tralasciare il secondo. Anche in Debord c`è una simile attitudine: nella lettera del 10 giugno 1968 mi scrive: ”Noi abbiamo quasi fatto una rivoluzione. (...) Lo sciopero è ora sconfitto (principalmente dalla C.G.T.), ma tutta la società francese è in crisi per un pezzo”. Ora io mi chiedo se proprio la ”società dello spettacolo” facendo saltare la distinzione tra vero e falso, tra immaginazione e realtà, non abbia anche cambiato le nozioni di vittoria e di sconfitta, liberandole dal riferimento al fatto compiuto ed inaugurando una ”società dei simulacri”. E` questo tuttavia un passo teorico che Debord non ha mai compiuto: egli è rimasto in fondo legato, come Retz, ad una visione realistica del conflitto. Forse i pensatori politici del Cinquecento (come Machiavelli, Guicciardini e Loyola) erano già erano andati oltre.
Tuttavia l`interrogativo sulla ragion sufficiente degli avvenimenti accaduti non diventa mai in Debord rammarico e tantomeno pentimento: ”Non ho mai capito molto bene - dice - i rimproveri , che mi sono stati fatti, secondo i quali io avrei perduto questa bella truppa in un assalto insensato, o per una sorta di compiacimento neroniano (...) Prendo senz`altro su di me la responsabilità di quello che è avvenuto” (1978). Prevale l`atteggiamento stoico di accettazione del presente e del passato ; questo è senz`altro un aspetto molto importante del ”grande stile”. La vita è un labirinto da cui non si può uscire: da ciò appunto deriva il titolo del suo film In girum imus nocte et consumimur igni. Questa frase, che letteralmente vuol dire ”giriamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco”, presenta la curiosa caratteristica di poter essere letta dalla lettera finale fino alla lettera iniziale senza il minimo mutamento. Essa esprime perciò molto bene l`esperienza, che fu tipica degli Stoici antichi , della synkatathesis, dell`assenso del saggio alla heimarmene, alla provvidenza, da loro intesa come la serie inviolabile delle cause, ”la legge razionale in base alla quale le cose avvenute sono avvenute, quelle che avv11ono avv11ono e quelle che avverranno avverranno” (Pohlenz, 1959). Connessa a tale esperienza è l`idea stoica dell`eterno ritorno, cioè del ripetersi di periodi cosmici ricorrenti, nei quali avv11ono di nuovo gli stessi eventi già avvenuti precedentemente. Come è noto, Nietzsche ha ripreso la concezione stoica dell`eterno ritorno intendendola non come una legge sovrastorica, ma come una ”volontà di eterno ritorno”, come amor fati: solo così il passato può cessare di essere causa di frustrazione e d`impotenza. Il futuro non potrà darci nulla di meglio di quanto non ci abbia dato il passato. La via dell`utopia è sbarrata tanto per Nietzsche quanto per Debord: essa è estranea al ”grande stile”. Dice Debord: ”Quanto a me, io non ho mai rimpianto nulla di quello che ho fatto, e confesso di essere tuttora assolutamente incapace d`immaginare che cosa avrei potuto fare di diverso, essendo ciò che sono” (1978).
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