IQBAL MUHAMMAD

IQBAL MUHAMMAD
Pubblicato in L`Estetica del Novecento, Un panorama globale, Bologna, Il Mulino, 2011.
Modernizzazione dell`Islam come ricostruzione delle tre potenze
    Anche per l`Islam si presenta lo stesso problema dinanzi al quale si sono trovate le culture asiatiche tra Ottocento e Novecento: come inventare una società estetica moderna autonoma e indipendente da quella occidentale, senza ricadere nel tradizionalismo apatico e indolente che aveva consentito quasi ovunque, e specialmente in Medio Oriente, in India e in Africa, il trionfo del colonialismo europeo? Il pensatore che si è posto questo problema, con totale dedizione e immensa erudizione, è stato Muhammad Iqbal (1877-1938), filosofo, poeta e animatore politico. islamico, di origine indiana, profondo conoscitore della letteratura persiana classica, dotato di un bagaglio culturale vastissimo insieme orientale ed occidentale e della conoscenza di molte lingue, ammiratore di Dante, Goethe, Nietzsche e di Bergson, Iqbal ritiene che sia necessario una completa e radicale riforma politica, filosofica e culturale che svegli le popolazioni dell`Asia, drogate dal torpore e dall`assenteismo in cui le hanno immerse per secoli false e rovinose versioni dell`induismo, dell`islam e del buddismo. Queste, in modi differenti, hanno portato all`annientamento di ogni energia e di ogni forma di lotta, mediante l`irrigidimento delle pratiche rituali, la rassegnazione di fronte all`ingiustizia, alle iniquità e agli orrori del colonialismo, nonché l`ingenua e stolida predicazione dell`amore universale. Tuttavia Iqbal non è affatto un propugnatore della violenza, ma del fare: nel testo teorico fondamentale La ricostruzione del pensiero religioso in Islam (1934) , scritto direttamente in inglese, basato su sei conferenze pronunciate negli anni precedenti in alcune città indiane, colpisce l`uso del termine deed (dal verbo do), invece di action. A suo avviso, eserciti, prigioni, catene, torture sono brigantaggio: il vero governo è quello che sa fare a meno di questo apparato. Il deed implica una inner experience della propria individualità in rapporto con Dio, che rappresenta la principale e più importante elemento di modernizzazione dell`Islam. In altre parole il fare esteriore, il pragmatismo e il materialismo, tipici del modo di pensare occidentale, sono altrettanto inadeguati all`invenzione di una modernità islamica quanto il misticismo passivo del sufismo.
     Le tre potenze individuate da Burckhardt, lo stato, la religione e la cultura estetica devono essere ripensate in modo completamente differente. La loro ricostruzione si fonda sul ritorno alle origini democratiche dell`Islam, sul ripudio del quietismo mistico, sulla teologia ash`arita del IX e X secolo e sulla fedeltà al modo di sentire della poesia persiana. Inoltre Iqbal ritiene, come tutti questi pensatori asiatici che aspirano all`emancipazione delle loro culture, che per tener testa al colonialismo europeo, bisogna innanzitutto conoscerne i presupposti teorici su cui si è fondato fin dall`antichità greca: è sintomatico del suo modo di pensare la definizione di Platone come una pecora travestita da uomo!
    Il capolavoro di Iqbal non è un trattato o un saggio, ma un poema scritto in persiano Il poema celeste (in persiano Javid Nama, in inglese Book of Eternity) , pubblicato nel 1932. Si tratta di un`opera filosofica veramente singolare che adotta un  genere letterario, in disuso nell`età contemporanea, il poema, con l`eccezione del Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Tuttavia essa prende per modello la Divina Commedia di Dante Alighieri e si configura come un viaggio nell`aldilà, nel quale Iqbal, (che compare sotto lo pseudonimo di Zinda-rōd) è accompagnato dal poeta persiano medioevale Jalāl al-Dīn Rūmī, il quale svolge la funzione di Virgilio nel poema dantesco.
     Le tre potenze individuate da Burchkardt, lo stato, la religione e la cultura estetica, necessitano di una riforma radicale. Per quanto riguarda il primo, Iqbal è risolutamente ostile all`idea di una pluralità di stati, secondo il modello europeo e agli esempi che già esistevano alla sua epoca (la Turchia, l`Egitto, l`Iran...). Ciò ha portato ad una frammentazione dell`Islam che lo rende debole e alla mercè del colonialismo europeo. La forma politica dell`Islam è la Ummah, una comunità unica che alle origini dell`Islam (la costituzione di Medina del 622) comprendeva anche popolazioni di altri culti, come gli ebrei, i pagani...).
    Quanto alla religione, il clero col suo immobilismo rinunciatario non sa far altro che promettere un paradiso in cui si mangia, si dorme e si canta: l`abolizione del clero è la premessa indispensabile al rinnovamento dell`Islam. Infatti la religione non consiste nei dogmi, nel clericalismo, nella liturgia e nell`osservanza di pratiche e doveri esteriori, ma nella scoperta di una propria individualità personale (selfhood) in rapporto con Dio. Iqbal inserisce nel pensiero l`islamico la nozione e la parola persiana di khudi (in italiano io, in inglese self o ego), che figura già nel titolo della sua prima raccolta di poesie Asrar-e-Khudi (Secrets of the Self). Fin dall`inizio Iqbal pone al centro della modernizzazione dell`Islam la necessità di prendere coscienza dell`unicità della propria esistenza perchè solo da essa può provenire la forza di opporsi alle ingiustizie e alle iniquità. Egli tuttavia evita di cadere nell`individualismo occidentale, perchè il khudi è in rapporto con Dio, il quale a sua volta ha un modo di essere personale. Iqbal rifiuta energicamente la concezione aristotelica di Dio, inteso come motore immobile non soggetto al divenire, ed introduce nel pensiero dell`Islam un energetismo estremo e un dinamismo illimitato: infatti Dio stesso muta continuamente ed è impegnato sempre in una attività creativa incessante, che si manifesta nel fare nuovi mondi e nel trasformare continuamente quello in cui viviamo. Altra parola chiave del pensiero di Iqbal è ardore, nel quale religione e poesia si potenziano l`un l`altro. Il motore dell`incessante operare è il dil, parola persiana e urdu, che viene comunemente tradotto come cuore. L`Occidente non ha cuore e l`Oriente ha dimenticato di averne avuto uno, il quale si è manifestato soprattutto nella poesia di Rūmī e di altri poeti persiani, ma non nell`opera di Hāfiz, che egli considera come l`espressione della decadenza edonistica delle élites islamiche. Il dil non è tuttavia irrazionale: esso è la sede della retta intuizione e quindi contiene in se stesso insieme alla dimensione affettiva anche un aspetto intellettuale.
    Iqbal attribuisce un ruolo fondamentale alla poesia, nella quale l`aspetto dell`agire è inseparabile dal fare. Qui Iqbal sembra integrare nella propria concezione estetica un aspetto importante del pensiero indù, estraneo al mondo islamico: il karma, concetto che è usato dalle varie religioni dell`India con varie accezioni, riportabili all`idea del agire e del fare. Il senso che Iqbal gli attribuisce sembra in rapporto con l`etimologia della parola. Il termine karma ha origine dalla radice verbale sanscrita kṛ avente il significato di ”fare” o ”causare”, presupponendo la condizione di ”creare qualcosa agendo”. Questo sarebbe esattamente il compito della poesia. La sua radice indoeuropea corrisponde a *kwer (atto sacro, atto prescritto) e la si ritrova nel latino caerimonia da cui, ad esempio, l`italiano ”cerimonia” o l`inglese ceremony.
    La poetica di Iqbal supera l`opposizione tra un`arte poetica ermetica accessibile solo a una piccola cerchia di lettori colti e una produzione popolare comprensibile da tutti. Da un lato infatti si inserisce nel trobar clus dei grandi poeti che scrivevano in persiano e in urdu (come Ghālib), dall`altro non pochi suoi versi trovano un grande successo presso le masse analfabete, che hanno un vivissimo gusto per la poesia cantata. Avviene così il miracolo, inconcepibile in Occidente, di una produzione letteraria raffinatissima che è nello stesso tempo popolare.

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