Del sentire cattolico. Intervista

Marco BURINI, Del sentire cattolico,
Intervista con Mario PERNIOLA, ”Il Foglio”, 21 Novembre 2009

Nelle ultime settimane le librerie si sono nuovamente riempite di titoli sulla questione cattolica cucinata in mille salse, a seconda dei gusti. Eppure è difficile trovare qualcosa di davvero appetitoso. Sarà il palato del lettore assuefatto a un menu standard, tutto a base di quadretti sociologici e mappature politiche, fatto sta che per non morire di noia conviene frugare in cantina. Qualche anno, nel 2001, fa Mario Perniola pubblicò per il Mulino ”Del sentire cattolico”, un saggio sulla ”forma culturale di una religione universale”, come recita il sottotitolo; dopo un certo interesse iniziale, il libro scivolò nell`ombra. Qualche mese fa, però, l`Accademia Cattolica di Berlino ha ospitato l`autore per riparlarne in vista dell`edizione tedesca (è in corso anche quella portoghese). D`altronde Perniola è uno dei filosofi italiani più noti e stimati anche all`estero. Tra i massimi teorici di estetica, disciplina che insegna all`Università di Roma Tor Vergata, non disdegna incursioni nel dibattito corrente con interventi su Repubblica e con sapidi pamphlet come quello appena uscito per Einaudi, ”Miracoli e traumi della comunicazione”, seguito del fortunato ”Contro la comunicazione” (2004) per lo stesso editore. ”Nel mondo attuale è un`illusione pensare che lo stato e la religione possano conservare la loro credibilità senza cultura… Senza una società colta, lo stato degenera in una lotta continua di lobbies e la religione nell`arroganza di avere un diritto sulle opinioni e sul comportamento altrui”, scrive in ”Miracoli e traumi della comunicazione”. In effetti, il cattolicesimo patisce una crisi di fiducia a dispetto della sua presenza mediatica. Forse anche la chiesa si sta cristallizzando, nel senso che Arnold Gehlen dava a questo termine: incapace di agire – come le altre istituzioni – in un contesto culturale che ha dato fondo alle proprie riserve.
Incontriamo Perniola in un bar a due passi dalla statua di Giordano Bruno in Campo dei fiori, a Roma, e scopriamo che il suo interesse per il cattolicesimo non è accademico ma… sentito, nel solco di una vicenda biografica piuttosto insolita. ”E` un interesse che nasce piuttosto tardi, in stretta relazione con il mio trasferimento a Roma, a 27 anni. Questa città, in cui ho trascorso la maggior parte della mia vita, è stata per me non un Vaterland (terra del padre, ndr) ma un Kinderland (terra della figlia, ndr) e quindi qualcosa di enigmatico, su cui non ho mai finito d`interrogarmi. Due aspetti della città mi hanno affascinato: l`antica Roma e il cattolicesimo, inteso come la sua continuazione. La loro grandezza mi è parsa consistere nel fatto di essere portatori di un metodo e di una logica così formale da poter essere applicata ovunque. Così ho inteso la frase Roma caput mundi”. Quindi in gioventù la religione non le interessava molto. ”No, direi che la dimensione del religioso mi appartiene intimamente, al punto che non ho mai capito bene che cosa voglia dire essere laico, se non semplicemente il fatto di non essere prete. Tutto ciò che passa per laico mi appare come la secolarizzazione di ciò che una volta era religioso e che del religioso mantiene i caratteri essenziali. Faccio un esempio che riguarda la disciplina che insegno, l`estetica: ebbene questa, teorizzata nel Settecento, non è che la formulazione in termini filosofici di un sentimento religioso che affonda le sue radici nel quietismo secentesco e nel pietismo”. La sua non è stata dunque un`estraneità ma un alterità religiosa. ”Esattamente. Pur essendo nato e vissuto in italia, fino a 27 anni non ho incontrato sul mio cammino il cattolicesimo ma altre religioni. Fondamentalmente tre: il protestantesimo di matrice valdese, che è la religione di una parte della mia famiglia; la massoneria, cui apparteneva mio nonno e al cui culto della ragione e della ritualità sono cresciuto; il paganesimo greco, i cui tratti principali sono l`agonismo, il culto degli eroi e dei sepolcri, lo stile urbano e la mitologia. Queste sono state le tre componenti originarie della mia prima educazione, ulteriormente rafforzate dagli studi medi (il primo grande libro studiato, a dieci anni, è stato l`Iliade, e otto anni di latino e cinque di greco lasciano un segno indelebile) e universitari (il nocciolo della personalità del mio maestro Pareyson era costituito da un insieme di giansenismo e di formalismo)”. Poco o nulla di mondano, in effetti. ”Stranamente l`esperienza del mondano e del disincanto mi è giunta proprio dai cattolici che hanno avuto influenza nella mia formazione: da mio zio, che aveva studiato alle scuole dei Fratelli cristiani, secondo il quale valeva la pena di fare il seminario solo se si apparteneva ad una famiglia così potente da garantirti l`episcopato; da Gianni Vattimo, cui sarò sempre grato per avermi subito aperto gli occhi su ciò che è l`università; da Umberto Eco, che attraverso le sue lezioni su Joyce mi ha fatto conoscere molti labirinti linguistici e spirituali”.
Con Vattimo, Eco, Givone, Ciancio, Perone, e più tardi Ferraris e Tomatis, Perniola è uno dei più brillanti esponenti della scuola di Luigi Pareyson (1918-1991), grande figura dell`azionismo torinese, filosofo con il quale la teologia postconciliare più matura si è misurata con profitto. La sua ontologia, nutrita dalla lettura di Jaspers e Heidegger ma soprattutto Schelling, porta il dramma della libertà fin dentro l`esistenza di Dio. Uno sporgersi sull`abisso che non lascia indenni. Da un pensiero del genere il cristianesimo è incoraggiato ad abbandonare gli schemi difensivi basati su un razionalismo inadeguato a cogliere il kairos della modernità. In realtà, tra gli stessi teologi oggi prevale la consapevolezza delle occasioni perdute proprio mentre altre religioni, l`islam su tutte, irrompono sulla scena e dettano i tempi dell`agenda pubblica. C`è chi, come il Elmar Salmann, invita a congedarsi con ironia ed eleganza e chi, come Pierangelo Sequeri, chiede ai cristiani di impegnarsi a ”una più appassionata e normale visibilità dello spirito cristiano”. ”Per chiarezza – ci dice Perniola – vorrei separare il cristianesimo dal cattolicesimo romano. Il primo è una problematica estremamente più ampia che coinvolge anche gli ortodossi, i protestanti e altri che hanno storie, sensibilità e destini completamente diversi. La problematica cattolica nasce solo nel Cinquecento, con la Controriforma più correttamente chiamata Riforma cattolica. Questa si pone come erede più dell`antichità classica e del Rinascimento che del Vecchio Testamento – e anche del Nuovo: l`ermeneutica è un`invenzione protestante. Essa è una costruzione culturale geniale, che ha l`impronta indelebile della romanità, a cui hanno dato un contributo essenziale i nuovi ordini religiosi più dell`aristocrazia romana (che in ogni caso è riuscita a sopravvivere per tre secoli in una situazione di decadenza economica grazie al maggiorascato). Se nel mio libro attribuisco tanta importanza a Francesco Guicciardini e a Ignazio di Loyola, è perché tutta la loro riflessione parte dalla catastrofe delle guerre d`italia e dal sacco di Roma del 1527. Il mio studio e la mia riflessione sul cattolicesimo nasce negli anni Settanta e trae il suo punto di partenza dall`analogia tra la Roma di quell`epoca e la crisi italiana e cattolica degli anni Settanta. Ciò di cui mi sono subito reso conto è che Roma non è una città per persone sentimentali o passionali, e nemmeno per menti razionalistiche o troppo logiche. Hegel dice, giustamente dal suo punto di vista protestante, che `Roma ha spezzato il cuore del mondo`. Ma ciò non vuol dire che esista un modo di sentire e una razionalità speciale, fatto di esprit de finesse e di raffinatezza strategica che ha una dignità teorica ed efficacia pratica. Io sono andato alla ricerca di questo altro modo di pensare, le cui radici stanno nel rito senza mito della religione romana arcaica e nel pensiero dello stoicismo antico, l`unica tendenza della filosofia greca che ha attecchito a Roma e che per duemila anni ha costituito la base dell`istruzione delle classi dirigenti italiane. Il cattolicesimo dell`Ancien Régime era molto più moderno del protestantesimo”.
Poi le cose hanno preso un`altra piega. ”Sì, l`uscita della chiesa dalla crisi degli anni Settanta ha seguito un cammino opposto a quello indicato nel Cinquecento dai gesuiti, i quali non a caso sono stati messi da parte a favore di movimenti molto più radicali ed estremisti nell`affermazione dell`ortodossia e dell`ortoprassi. La chiesa ritiene di non avere più bisogno di mediatori politici e culturali, di filosofi e teologi: il clero comincia a parlare con voce propria. Mi sembra che questo cambiamento sia dovuto all`influenza del fondamentalismo americano da un lato e dalla rivoluzione iraniana dall`altro. Quest`ultima, del tutto inaspettata e impensabile secondo le categorie mentali degli anni Sessanta e Settanta, un vero e proprio miracolo/trauma, fa sorgere grandi ambizioni. Salta così la distinzione tra teorici ed organizzatori, favorita dalla piena espansione della società dello spettacolo con la quale la chiesa entra in rivalità mimetica (concetto di René Girard: il mio desiderio nasce per imitazione dal desiderio dell`altro, ndr). Il giubileo del 2000 segna il punto culminante di questa strategia mediatica. Da quel momento inizia una fase di declino per vari motivi. Nonostante la forte opposizione di Giovanni Paolo II alla seconda guerra dell`Iraq nella primavera del 2003, questa resta inefficace: un senso di profonda frustrazione pervade tutto il movimento pacifista del quale i cattolici costituiscono una parte essenziale. E` quel fenomeno che uno scrittore spagnolo ha definito come `l`insopportabile leggerezza della protesta contro la guerra`. Il carattere epidemico dell`attentato suicida nell`islam genera nelle coscienze delle persone religiose un profondo turbamento. Le chiese cattoliche nazionali si trovano ad affrontare difficili problemi alla cui soluzione Roma si mostra poco sensibile. Viene messa in sordina la condanna del gioco d`azzardo e delle lotterie: troppa gente si aspetta la felicità dalla fortuna e non dalla virtù! Però non tutto è perduto. Le opere di carità, che costituiscono un aspetto essenziale del cattolicesimo, in contrapposizione al protestantesimo che attribuisce la salvezza alla grazia imperscrutabile di Dio, continuano a essere sostenute e incrementate. Viene riabilitata la messa in latino, che pone un freno alla banalizzazione del rito”.
In questo quadro si collocano le sue riflessioni sul sentire cattolico. ”Il mio libro esce nel 2001, quasi contemporaneamente a quello dell`americano Andrew Greeley, `The Catholic Imagination`, con il quale presenta molte affinità, soprattutto per quanto riguarda la speciale attenzione nei confronti dei `cattolici culturali`, vale a dire di coloro che si riconoscono nella cultura cattolica ma non necessariamente nelle parole del clero. Essi propugnano una fede senza dogmi, una speranza senza superstizioni e una carità senza autodenigrazione”. Le sue provocazioni sono state mal digerite, se non sbaglio. ”Dopo una prima accoglienza favorevole da parte di autorevoli storici e pensatori, anche in Francia, il libro da noi è stato completamente messo a tacere. Ma altrove ha gettato qualche seme importante, specialmente in Germania, in Canada e perfino in Giappone (dove Perniola ha insegnato a lungo, ndr) e in Cina. Purtroppo non in Brasile, dove la teologia della liberazione è ancora molto presente: questo mi dispiace molto perché il Brasile è uno dei paesi più religiosi del mondo, ma io non sono un predicatore e non creo sette. Non faccio altro che trasmettere la parola degli antichi”.
Il cattolicesimo sembra sottovalutare la sfida che si intravede nelle sue riflessioni. ”La svolta culturale, che è avvenuta nell`ebraismo e nel protestantesimo già nel Settecento, sta cominciando a sfiorare il cattolicesimo. Essa consiste con considerare i fenomeni religiosi non da un punto di vista conoscitivo, come se si trattasse di affermare la verità di alcunché, né da punto di vista morale, come se trattasse di propugnare una certa idea di bene e di male. E` arrivata finalmente l`ora di considerare anche il cattolicesimo, che alcuni rit11ono la meno studiata delle grandi religioni, da un punto di vista culturale. Certo è che il cattolicesimo è la meno filosoficamente pensata delle grandi religioni, proprio a causa del dogmatismo e del moralismo che l`ha caratterizzata soprattutto negli ultimi due secoli. L`idea centrale intorno a cui ruota la mia ricerca è che esiste un cattolicesimo culturale differente e autonomo rispetto all`apparato dogmatico e morale della chiesa. Esso è caratterizzato da una sensibilità assai diversa dal protestantesimo, la quale si è espressa molto di più nella vita quotidiana, nella letteratura e nelle arti che nella teologia e nel ministero ecclesiastico. In altre parole, da un lato non si può ridurre il cattolicesimo a ciò che la chiesa dice di se stessa, dall`altro non si può annullare l`eredità storica cattolica propugnando quel ritorno alle origini evangeliche che caratterizza il protestantesimo. Il cattolicesimo culturale diffida di un soggettivismo individualistico che pretende di ridurre la religione a un sentimento privato senza radici storiche e sociali. Esso rifiuta tuttavia anche l`intimazione ideologica a credere o a fare alcunché e attribuisce una importanza decisiva ad un sentire rituale che è stato compreso e vissuto nell`Ottocento e nel Novecento più dagli scrittori e dagli artisti che dal clero”.
Su questa idea del cattolicesimo culturale la vedo in splendida solitudine, come il suo maestro Pareyson. ”Ma se ormai ne parlano perfino i politici! Ciò che otto anni fa poteva suonare inattuale ha trovato finalmente il suo proprio tempo. Quando fu pubblicato il mio libro, la mia posizione aveva riscontro soltanto negli studiosi che negli anni Novanta avevano sottoposto il rito a una profonda revisione, rivalutandolo dal punto di vista della costruzione del legame sociale. La più radicale su questa strada è stata Catherine Bell: a suo avviso, il compito del rituale è solo quello di creare persone ritualizzate, cioè rispettose di codici di comportamento condivisi. In altre parole, il processo di civilizzazione non consiste nelle dottrine o nei precetti morali, che hanno perso credibilità, ma nell`estetica, nelle buone maniere, nell`etichetta. Quando uscì il mio libro, questa idea era già condivisa in italia da studiosi cattolici di liturgia. Mi sembra che questi siano stati successivamente richiamati all`ordine. Ma molti, all`interno e fuori dalla chiesa, sanno bene che l`alternativa non è tra conservatori (nessun ritorno agli anni Cinquanta è possibile) e progressisti (non c`è stato alcun progresso religioso). L`alternativa è tra un fai da te religioso in cui tutto si mescola tutto con tutto, privo di ogni coerenza e radice, e il formalismo, che almeno salva la socialità. Olivier Roy in un libro recentissimo ha definito il primo fenomeno come `la santa ignoranza` nella quale il religioso perde ogni rapporto con la cultura. Per quanto riguarda il cattolicesimo, questa connessione può essere mantenuta proprio cogliendo il suo nucleo essenziale, che è un metodo universalmente valido di affrontare i grandi problemi della vita e non un apparato concettuale e morale necessariamente relativo alle circostanze e contingenze specifiche”.

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